“Brexodus”: il giorno dopo il terremoto, governo May in bilico

10 Luglio 2018, di Alessandra Caparello

LONDRA (WSI) – Più che una Brexit è un Brexodus. Dopo le dimissioni di due ministri chiave, quello per la Brexit David Davis e dell’uomo simbolo del referendum del 2016, il ministro degli Esteri Boris Jhonson, si stringe il cerchio attorno alla premier inglese Theresa May.

Dopo le dipartite pesanti, avvenute in segno di protesta contro la linea giudicata troppo morbida seguita dall’inquilino di Downing Street nelle trattative con Bruxelles per l’uscita di Londra dal mercato unico, la May in una dichiarazione ha ringraziato il “lavoro” di Davis e la “passione” di Johnson, pur notando le loro divergenze di opinione.

Come sottolinea Richard Flax, Chief Investment Officer di Moneyfarm, “la reazione dei mercati non è stata così negativa come si sarebbe potuto immaginare, la Sterlina si è indebolita ma non di molto. Questo può far pensare che la crisi porterà il governo ad affrontare più seriamente e in modo più coeso i negoziati nel futuro”.

Al posto di David Davis arriva Dominic Raab, 44 anni, un altro ‘brexiteer‘ finora viceministro della Giustizia, mentre Jeremy Hunt, finora ministro della Sanità sarà nuovo ministro degli Esteri. Da più parti le dimissioni dei ministri chiave sono viste un antefatto ad una nuova sfida per la leadership, per sostituire la May con un premier sostenitore più ardente della Brexit.

La procedura prevede che se almeno 48 dei suoi legislatori si muovessero contro di lei, il Primo Ministro dovrebbe indire un concorso per la leadership. Il processo prevede che i politici debbano inviare lettere per chiedere un voto di fiducia al Comitato dei deputati privati ​​conservatori (noto come Comitato del 1922 ), il gruppo parlamentare del partito conservatore nella Camera dei comuni britannica. Una volta raggiunta tale soglia, il presidente del Comitato annuncerà l’inizio del concorso e inviterà a fare le candidature.

Le reazioni del mondo politico

La notizia delle dimissioni in massa hanno ricevuto il plauso dell’ex leader dell’UKIP Nigel Farage, considerato da alcuni come l’architetto della Brexit, che su Twitter si è congratulato con Johnson per le sue dimissioni visto che è giunto il momento di sbarazzarsi della “spaventosa Theresa May”, come ha scritto.

Jeremy Corbyn, leader del partito laburista, ha puntato il  dito contro Theresa May incapace a suo dire di saper negoziare un accordo con l’Unione europea, date le divisioni all’interno del suo partito. Fuori dai confini inglesi, a Bruxelles,è  il Presidente dell’Unione Europea (UE) Jean-Claude Juncker a parlare della situazione inglese con tono sarcastico osservando che la riunione della scorsa settimana per concordare la posizione Brexit del Regno Unito è fallita.

 “Questo dimostra chiaramente che a Chequers c’era una grande unità di vedute nel gabinetto britannico”.

Come reagirà la sterlina e cosa succede adesso?

Secondo Thanos Vamvakidis, responsabile globale della strategia FX G10 presso BofA Merrill Lynch Global Research, parlando alla CNBC è categorico:

“Se la May sopravvivrà e sarà in grado di sostituire i Brexiteers duri con nuovi ministri più aperti alla soft Brexit, sarà un bene per la sterlina. Tuttavia, se sarà messa allangolo, l’incertezza politica aumenterà e la sterlina soffrirà”.

Secondo il manager di Moneyfarm Flax la crisi porterà il governo inglese ad affrontare più seriamente e in modo più coeso i negoziati nel futuro.

“Probabilmente si scatenerà una sfida per la leadership all’interno del partito conservatore, un processo che potrebbe durare qualche mese. In realtà non è semplice trovare qualcuno che abbia la credibilità per sfidare Theresa May in una lotta interna che giocoforza vedrà il tema dell’uscita dalla Ue come decisivo: che Johnson abbia questo desiderio non è un mistero, ma è un personaggio molto controverso anche all’interno del proprio partito, dopo essersi esposto molto e in prima persona in molte manovre politiche spericolate (non ultima una decisiva discesa in campo pro-Brexit durante l’ultimo referendum)”.

Michael Gove, che si era già timidamente proposto per sostituire Cameron senza grande successo, ha provato negli ultimi giorni a qualificarsi come l’uomo del dialogo tra le due anime dei conservatori. “In generale la maggioranza degli eletti Tories non sembra orientata verso posizioni di Brexit dura e il governo dovrebbe reggere: un po’ perché i Tories sentono l’occupazione di number ten come il culmine naturale della propria azione politica (e sarebbe inusuale vederli lasciare), un po’ per paura di elezioni che probabilmente porterebbero alla vittoria di Jeremy Corbyn. Certamente il fatto che il governo si regga su una manciata di voti lascia aperto il campo a sorprese nel corso di una sfida per la leadership che durerà qualche settimana”.

Secondo Flax comunque “anche il partito laburista, se andasse al potere, avrebbe i suoi problemi. Corbyn, in fondo, non ama l’Unione Europea, che vede come un limite alla realizzazione delle politiche sociali che intende realizzare. Purtroppo una buona parte della sua base – e del suo partito, ovvero gli elettori di sinistra di Londra e del sud, coincide con lo zoccolo duro dei più accesi oppositori della Brexit”.

Da parte sua l’Unione Europea non sembra interessarsi molto delle vicende interne al governo di Sua Maestà. “A Bruxelles – scrive Flax in una nota – vige la convinzione che il negoziato vada svolto ai massimi livelli. Secondo l’Ue il referente è Theresa May, quindi non è cambiato granché visto che le divisioni interne delle istituzioni UK erano cosa nota. Al momento le opzioni per una marcia indietro sulla Brexit sono aumentate, ma difficilmente il campo dei remainers otterrà di più di un secondo referendum sull’accordo finale, per quanto blando esso sarà”.