Boom della finanza islamica. Piace anche i non musulmani

20 Dicembre 2017, di Livia Liberatore

La finanza islamica è conforme alla Sharia, la legge islamica che vieta di guadagnare interessi e proibisce i finanziamenti ad attività che coinvolgono carne suina, alcol, pornografia o gioco d’azzardo. La natura non speculativa della finanza islamica può aiutare a garantire la stabilità finanziaria. Questa è la ragione per cui, secondo gli esperti, sta diventando attraente a livello globale. Di tradizione dominata dai Paesi a maggioranza musulmana del Medioriente e del Sud est asiatico, ora vede nuovi adepti in tutto il mondo.

L’emissione di debito islamico da parte di Stati non musulmani raggiungerà il massimo da tre anni con la fine del 2017, secondo i dati di Dealogic. I prodotti finanziari islamici si basano sui principi del rischio e della partecipazione agli utili. Il valore dei sukuk sovrani, strumenti simili alle obbligazioni, emessi fuori dal Medio Oriente e dal Sud-Est asiatico da Paesi non musulmani ha raggiunto 2,25 miliardi di dollari negli undici mesi fino a novembre. Un dato superiore ai due miliardi di dollari del 2016 e più del doppio del miliardo registrato nel 2015.

Uno dei primi non musulmani a entrare nella finanza islamica è stato Singapore, seguito da Regno Unito, Lussemburgo e Hong Kong, che ha emesso il suo primo sukuk nel 2014. Di recente, Stati africani come il Sudafrica, la Nigeria e la Costa d’Avorio hanno apportato modifiche legali e fiscali per rendere più facile emettere sukuk. Anche le imprese non sono state a guardare, con società come Goldman Sachs e GE Capital di General Electric che hanno venduto anche obbligazioni islamiche negli ultimi anni.

Da precisare però che il coinvolgimento di enti al di fuori del mondo musulmano è ancora sporadico, hanno detto gli esperti di Dealogic. Il Medio Oriente e il Sud-Est asiatico rappresentano ancora la maggioranza delle risorse finanziarie islamiche. I paesi mediorientali hanno raccolto sukuk sovrani per 11,85 miliardi di dollari negli 11 mesi fino a novembre, seguiti dal Sud-Est asiatico a 3,96 miliardi di dollari.