BofA: “Convergenza mondiale favorirà grosse multinazionali”

28 Aprile 2016, di Alberto Battaglia

Il fenomeno è noto a tutti gli economisti, le disparità tra diverse aree economiche puntano verso la convergenza: grazie al commercio internazionale i Paesi in via di sviluppo, nel lungo periodo, recuperano parte del ritardo in termini di Pil rispetto al mondo industrializzato. E’ il caso osservato chiaramente, ad esempio, con la crescita della Cina a partire dall’inizio del millennio. Dal 2000 le vendite al dettaglio nei Paesi in via di sviluppo sono passate dai 2mila miliardi di dollari ai 6.500 miliardi del 2015, niente fa pensare che queste cifre non siano destinate a salire ancora.
Conseguenza di questo fenomeno è l’accesso di ampie porzioni della popolazione mondiale a un reddito proprio dei consumatori della classe media; ad enfatizzare questa tendenza e le sue conseguenze sugli investimenti è Joe Quinlan, managing director presso Bank of America Wealth Management.

“Il mondo è cambiato e per il meglio […] Questa coorte demografica che consuma rimane una delle forze economiche più potenti del mondo”, afferma in una nota Quinlan. “E’ in atto una convergenza globale dei redditi che vede più e più persone crescere verso questa middle class. Noi siamo abituati ad avere tutto, tostapane, televisioni, carte di credito, ma molte di queste persone in tali Paesi in via di sviluppo stanno comprando questi oggetti per la prima volta”, spiega Quinlan a Business Insider, “E’ una grossa opportunità per la crescita e la demografia e dà veramente uno sguardo di lungo termine a ciò che l’economia può fare”.

 

 

Nonostante le turbolenze degli ultimi tempi il consiglio di Quinlan è quello di non fuggire dagli investimenti collegati ai Paesi in via di sviluppo, in particolare per quanto riguarda le grosse multinazionali che, in tali realtà, non potranno che veder aumentare la propria platea potenziale di consumatori:

“Possedere quote di grosse multinazionali basate negli Stati Uniti, sul lungo termine, è il miglior modo per capitalizzare” il fenomeno della convergenza dei redditi. I nuovi consumatori amano le marche e sono attratti dai nomi forti”, afferma Quinlan, “Ciò significa che buone multinazionali con una forte consapevolezza del brand dovrebbero essere capaci di attrarre una grossa parte di questa crescita”.

Certo, si è ampiamente parlato di come la congiuntura attuale non sia così favorevole agli investimenti nei mercati emergenti: i Pil rallentano, l’inflazione tende a salire, le commodity vitali per le economie di svariati Paesi sono scese di prezzo. Non a caso i flussi di capitali diretti verso vecchi Brics si sono ampiamente ridimensionati. Anche le multinazionali esposte ai mercati emergenti sono rimaste colpite, in particolare dall’effetto cambi che ha visto rafforzarsi il dollaro sulle valute locali.

A queste obiezioni del tutto legittime Quinlan replica che le imprese forti, nei mercati sviluppati, sono sopravvissute a due guerre mondiali, svariati crash borsistici e a molto altro ancora; non per queste intemperie “l’investitore avrebbe dovuto abbandonarle”. Certo, l’assunto fondamentale, affinché la teoria della convergenza produca i suoi frutti di lungo periodo, è che il sostegno al mercato globale permanga negli anni a venire e che, possibilmente, continui a crescere. Un processo che ad alcuni appare irreversibile, ma che la storia insegna a tenere comunque sotto costante osservazione.