Blockchain e smart contract: quali applicazioni nel credito?

11 Ottobre 2022, di Redazione Wall Street Italia

di Andrea Papa, business operations and development manager Opyn

Gli ultimi due anni sono stati quelli delle cartolarizzazioni per le startup italiane del fintech lending. Un cambiamento di paradigma: per aumentare il volume dei finanziamenti e offrire alle pmi una maggiore garanzia di prestiti di qualità, il settore si è progressivamente spostato verso finanziatori istituzionali. La formula ideale per raccogliere capitale da questi soggetti è consistita nel creare pacchetti di crediti, nella forma delle cartolarizzazioni. Un trend che potrà essere scalato grazie alla blockchain e in particolare agli smart contract.

Tutto gira intorno al contratto, in finanza

Ogni operazione finanziaria tipicamente ha sottostante un set contrattuale che ne disciplina tutti gli aspetti. Nel fintech, e non solo, oggi questi contratti sono già siglati con firma digitale. Agire nell’ambito di uno smart contract snellisce il processo, perché certifica in maniera automatica quello che si sta sottoscrivendo.

L’applicazione oggi resta difficile, anche per i limiti tecnologici che ancora esistono, ma molto promettente. Vediamo perché con un esempio che ci riguarda da vicino: ovvero Azim, il primo esperimento di tokenizzazione di asset reali che diventano un prodotto di investimento accessibile al retail. Azim prevede la rappresentazione digitale di prestiti alle pmi ed è stata lanciata nel 2021 da Azimut e abilitata grazie alle tecnologie fornite da Opyn.

Quello che è stato fatto è stato trasformare i prestiti alle pmi in token, ovvero in oggetti scambiabili su blockchain. I prestiti originati da Opyn che compongono il portafoglio sono nativamente digitali, come ogni singolo documento che porta all’erogazione del prestito, firma compresa. Dunque si tratta di flussi di dati di per sé tokenizzabili ab origine, senza richiedere trasformazioni.

Anche la certificazione, muovendoci nell’ambito di oggetti digitali, è pressoché immediata, perché firme e documenti sono già stati approvati e tracciati e non esiste possibilità di perdere pezzi o sbagliare.

Lo smart contract consentirebbe di automatizzare anche l’ultimo pezzo della catena: la vendita del token all’investitore finale. Agendo come una sorta di notaio automatico, efficiente e a costi ridotti.

La blockchain: perché può rendere più efficienti le operazioni finanziarie

Vale la pena ricordare che la blockchain viene definita come “un database distribuito, condiviso e criptato che funge da archivio pubblico di informazioni irreversibile e incorruttibile. Esso consente, per la prima volta, a persone non correlate di raggiungere un consenso sul verificarsi di una particolare transazione o evento senza la necessità di un’autorità di controllo” (Wright-De Filippi 2015). La definizione è quella più squisitamente accademica ed è una buona sintesi di cosa sia la tecnologia su cui gira bitcoin ma che offre molte interessanti e promettenti applicazioni. Applicazioni che il fintech già sta sperimentando e che in prospettiva sono destinate a dare vita a innovazioni sempre più dirompenti nella finanza tradizionale.

… attraverso gli smart contract

Lo smart contract è un contratto digitale che automatizza l’attivazione di tutte le azioni e delle clausole previste nello stesso, al verificarsi di determinate condizioni o eventi. Una caratteristica chiave è la auto-enforcement, e cioè la garanzia dell’esecuzione automatica del contratto al verificarsi di prestabilite condizioni. Ciò elimina il rischio di errata, mancata o imperfetta applicazione delle clausole e condizioni contrattuali, sterilizzando la componente umana o comunque il rischio di controparte.

Le possibili applicazioni – alcune in sperimentazione – degli smart contract

Intanto, secondo il provider di dati Blockdata, 55 delle prime 100 banche mondiali per masse in gestione hanno investito in società che operano a vario titolo su criptovalute e in protocolli blockchain. Barclays, Citigroup e Goldman Sachs tra i sostenitori più attivi, con J.P. Morgan e BNP Paribas identificati come investitori seriali nel settore emergente. Non a caso J.p. Morgan è proprietaria della piattaforma Onyx, usata non solo per i pagamenti ma operativa anche su operazioni più complesse: come la prima transazione avvenuta a giugno 2021 di Repurchase Agreement (Repo) – quelli che in italiano si chiamano pronti contro termine – contratti con cui un venditore cede, in cambio di denaro, un certo numero di titoli a un acquirente e si impegna, nello stesso momento, a riacquistarli dallo stesso acquirente a un prezzo e a una data predeterminata.

… e i limiti tecnologici da superare

I contratti sono cruciali anche nel mondo assicurativo e renderli smart eliminerebbe errori e inefficienze del sistema attuale: la blockchain consente di verificare in maniera veloce e precisa tutti i dati assicurativi dei clienti e di accertare la validità delle polizze assicurative, in maniera efficiente e veloce e con una progressiva automazione dei processi interni.

È fondamentale considerare che, per il momento, la DeFi (ossia la finanza decentralizzata) – in cui gli smart contract rientrano – si trova ancora in una fase sperimentale, anche se in rapida evoluzione. Le principali criticità evidenziate dall’industria sono legate agli aspetti tecnologici dei nuovi protocollierrori di coding creerebbero potenziali vulnerabilità nei confronti di hacker o semplicemente nel fluido funzionamento ed attivazione del contratto, tale da renderlo potenzialmente inutilizzabile. Un secondo elemento critico sulla robustezza tecnica degli smart contracts della DeFi è nella qualità dei dati sulla base dei quali tali contratti operano, ed in particolare nella correttezza ed accuratezza dei flussi di dati esterni alla blockchain.

La strada da percorrere è ancora lunga, ma è ormai evidente che ci troviamo di fronte a due tecnologie che introdurranno comportamenti e interazioni nuove nel mercato, rivoluzionandone completamente le logiche correnti.