Criptovalute, estrarre bitcoin non conviene più

16 Marzo 2018, di Alessandra Caparello

NEW YORK (WSI) – “La mania del bitcoin è una bolla da manuale, che probabilmente sta per scoppiare”. Così Stefan Hofrichter, responsabile dell’economia e della strategia globale di Allianz Global Investors alla Cnbc.

“Come valuta e classe di attività, il Bitcoin ha difetti potenzialmente fatali, motivo per cui crediamo che sia una questione di quando, non se, la bolla del Bitcoin scoppierà”.

La criptovaluta per antonomasia è calata bruscamente passando dal 2.000 per cento nei 12 mesi fino a dicembre a un massimo record di oltre $ 19.000 arrivando a scambiare vicino ai $ 8.700 secondo l’indice dei prezzi bitcoin di CoinDesk.

Secondo Hofrichter il Bitcoin non è una valuta redditizia a causa delle sue elevate commissioni di transazione, dell’alta volatilità dei prezzi e dell’impossibilità di essere utilizzato come riserva di valore. Da un punto di vista ambientale, sociale e di governance, Hofrichter ha anche precisato che la criptovaluta è poco attraente a causa dell’alto livello di energia necessaria per produrla. Le stime del consumo totale di elettricità di bitcoin sono difficili da misurare e soggette a dibattito, ma ciò che è chiaro è estrarre la valuta comporta un enorme dispendio di energia.

A ciò si aggiunge il fatto che emettere bitcoin, in gergo ‘minare’, oggi richiede hardware personalizzati che possono arrivare a costare diverse migliaia di dollari. Secondo le stime di Thomas Lee di Fundstrat, con i costi per l’elettricità di 6 centesimi per kilowattora e altre spese si arriva alla stima pari di $ 8.038 dollari. Così i guadagni dei ‘minatori’ della criptovaluta si sono approssimativamente dimezzati questo mese da dicembre tanto che estrarre la criptovaluta ormai non conviene praticamente più.

Il mining è l’attività utilizzata per “estrarre” la moneta digitale: per farlo occorrono programmi in grado di risolvere algoritmi sempre più complessi, anche perché l’offerta di bitcoin è limitata. Chi ce la fa viene ricompensato con una quantità di bitcoin prestabilita a cui vanno aggiunte le tasse delle transazioni da lui inserite nel blocco. Il tutto funziona in questo modo: la rete memorizza le transazioni all’interno di insiemi di dati chiamati in gergo “blocchi“. Perché un blocco possa essere aggiunto alla catena dei blocchi, ovvero al libro mastro pubblico contenete tutte le transazioni in bitcoin, è necessario che venga chiuso da qualcuno. Per farlo occorre trovare un particolare codice, che può essere indovinato a furia di tentativi. Questa operazione cristallizza il blocco, impedendo qualsiasi modifica futura. È per questo che il sistema è decentralizzato.

A parte questi aspetti economici negativi, secondo molti investitori e analisti di istituti di primo piano, è la tecnologia blockchain che sta dietro al Bitcoin a rappresentare “chiaramente dei vantaggi potenziali“, come ad esempio dei costi inferiori per la verifica delle transazioni. Di recente, grazie al lavoro del gruppo svizzero Agora, la tecnologia è stata utilizzata anche per effettuare la verifica dei voti nella capitale della Sierra Leone durante le ultime elezioni del 7 marzo.

“È questo aspetto delle criptovalute in generale che noi come società di asset management riteniamo essere il più interessante”, sottolinea Hofrichter.