Advisory

Consulenti finanziari: asset digitali, un quarto degli investimenti sfugge

L’interesse degli investitori europei per gli asset digitali continua a crescere, ma una quota significativa degli investimenti in criptovalute resta al di fuori del perimetro della consulenza finanziaria finanziaria tradizionale. È quanto emerge dal primo European Wealth Management & Digital Asset Report realizzato da CoinShares, uno dei principali operatori specializzati negli asset digitali.

L’indagine, condotta nel primo trimestre del 2026 su 261 professionisti della consulenza finanziaria in Francia, Germania, Italia, Svizzera e Regno Unito, evidenzia l’esistenza di un crescente “divario di gestione” tra le scelte di investimento dei clienti e la visibilità dei consulenti sui loro portafogli.

Consulenti: sempre più clienti attratti dal mondo crypto

Secondo lo studio, il 25% dei consulenti europei segnala un aumento costante dell’interesse e dell’esposizione dei clienti verso le criptovalute, ma sottolinea come una parte rilevante di tali investimenti venga effettuata autonomamente dai risparmiatori, senza transitare attraverso i canali della consulenza professionale. Nel Regno Unito il fenomeno appare ancora più marcato, con il 52% degli advisor che dichiara di non avere una visione completa delle posizioni detenute dai propri clienti in asset digitali.

La ricerca mostra come il problema interessi trasversalmente tutti i mercati europei analizzati. Tra i consulenti che raccomandano in modo attivo la diversificazione in asset digitali, circa uno su dieci registra comunque un divario di gestione superiore al 50%, vale a dire che oltre metà degli investimenti dei clienti in criptovalute resta fuori dal controllo e dal monitoraggio professionale. La situazione peggiora sensibilmente tra gli advisor più prudenti o contrari all’esposizione verso le criptovalute.
In questi casi, la percentuale di professionisti che rileva un divario superiore al 50% quadruplica, a dimostrazione del fatto che i clienti tendono a operare autonomamente attraverso exchange e piattaforme online quando non trovano supporto all’interno del proprio circuito di consulenza.

I vincoli strutturali frenano la consulenza

Per il 61% degli intervistati, la principale causa del fenomeno risiede nelle restrizioni imposte dalle stesse società di gestione e consulenza, che spesso limitano o impediscono del tutto l’accesso agli asset digitali. I dati mostrano infatti una correlazione diretta tra accessibilità e qualità della gestione. Nelle realtà in cui l’investimento in asset digitali è consentito e integrato nell’offerta, quasi la metà dei consulenti (48%) raccomanda attivamente questa asset class e il divario di gestione si riduce al 4%.

Al contrario, nelle organizzazioni che mantengono restrizioni elevate, la quota di consulenti che suggerisce investimenti in criptovalute scende all’1%, mentre il divario di gestione raggiunge il 34%. Secondo CoinShares, il problema non deriva quindi tanto dalla propensione degli investitori a detenere criptovalute, quanto dalla possibilità di farlo attraverso strumenti e canali riconosciuti all’interno del sistema della consulenza finanziaria.

“Più della metà dei gestori britannici e un quarto di quelli europei non hanno piena visibilità sugli investimenti in asset digitali dei propri clienti. Nella maggior parte dei casi ciò avviene non per scelta degli investitori, ma a causa di vincoli strutturali”, ha commentato Jean-Marie Mognetti, cofondatore, presidente e CEO di CoinShares. “Questo rischia di compromettere non solo la gestione dei patrimoni, ma anche il rapporto di fiducia tra cliente e consulente”.

Italia, il modello della consulenza limita il fenomeno

Nel panorama europeo, l’Italia rappresenta un caso particolare. Sebbene il 55% dei consulenti operi ancora in contesti che limitano il dialogo sugli asset digitali, il modello distributivo basato sulle reti di consulenza finanziaria sembra contenere meglio il fenomeno degli investimenti “silenti”. Solo il 12% dei consulenti italiani segnala infatti un divario di gestione superiore al 50%, la percentuale più bassa tra tutti i Paesi coinvolti nell’indagine.

Quando la domanda degli investitori viene intercettata e gestita attraverso canali professionali, gli investimenti in asset digitali tendono a essere integrati nei portafogli monitorati, anziché migrare verso piattaforme esterne non presidiate. L’Italia si distingue inoltre per il livello di apertura dei consulenti: il 15% raccomanda attivamente gli asset digitali, la quota più elevata tra i mercati europei analizzati. Un risultato che, secondo lo studio, deriva soprattutto dalla relazione diretta e continuativa tra advisor e cliente.

Sul fronte degli strumenti, il mercato italiano mostra una forte attenzione agli ETP: il 55% degli intervistati li considera il principale fattore abilitante per lo sviluppo degli investimenti in asset digitali, con una preferenza per i prodotti a singolo asset e per gli emittenti in grado di offrire una gamma ampia e diversificata. La ricerca evidenzia infine come, laddove l’accesso agli investimenti in criptovalute è consentito, la scelta degli strumenti sia guidata principalmente dalla reputazione, dall’esperienza e dal track record degli emittenti. In questo contesto, gli ETP regolamentati si confermano la soluzione preferita dai consulenti in tutti e cinque i mercati europei esaminati.

Regolamentazione ed ETP i principali fattori di sviluppo

Guardando al futuro, i professionisti intervistati individuano due fattori chiave per favorire una maggiore integrazione degli asset digitali nella consulenza finanziaria: una regolamentazione più chiara e l’ampliamento dell’accesso agli ETP (Exchange Traded Products) sulle criptovalute. Il 45% del campione considera il rafforzamento del quadro normativo il principale catalizzatore per una maggiore adozione, mentre il 43% indica la disponibilità di strumenti quotati e regolamentati come elemento decisivo per incrementare le raccomandazioni verso questa asset class.

Il contesto normativo europeo sta già evolvendo in questa direzione. Il 1° luglio 2026 si concluderà infatti il periodo di transizione previsto dal regolamento MiCA, che punta a creare un mercato unico europeo per gli asset digitali. Parallelamente, in Francia l’Autorité des Marchés Financiers (AMF) sta valutando l’inclusione di alcuni asset digitali nei fondi OICVM, mentre nel Regno Unito la Financial Conduct Authority (FCA) ha proposto di consentire ai fondi autorizzati di detenere fino al 10% del patrimonio in ETN legati alle criptovalute. Secondo CoinShares, questi sviluppi contribuiranno nei prossimi 12-24 mesi a una maggiore apertura da parte delle società di gestione e consulenza, favorendo una progressiva riduzione del divario di gestione.