Bill Gross: “debacle valute emergenti. Si rafforzano venti deflazionistici”

7 Agosto 2015, di Redazione Wall Street Italia

NEW YORK (WSI) – E’ una vera e propria carneficina quella che si sta consumando sui mercati emergenti, ripiombati nella crisi peggiore dall’ultima recessione. Crollo della valute, rallentamento della crescita cinese sono solo alcuni dei fatti più eclatanti di una situazione che è sempre più difficile, come testimoniato dagli ultimi tweet di Bill Gross, ex fondatore di Pimco, approdato da circa un anno a Janus Capital.

L’ultimo tweet di ieri recita: “Emerging Market currency debacle. Deflationary winds becoming stronger. Risk assets at risk Janus Capital (@JanusCapital) August 6, 2015”. Ovvero “E’ debacle per le valute dei mercati emergenti. I venti deflazionistici si rafforzano. Gli asset legati al rischio sono a rischio”.

Come fa notare Bloomberg: “le valute dei paesi in via di sviluppo sono scesi al minimo dal 1999, e i bond denominati in queste valute hanno cancellato cinque anni di guadagni”.

Gli analisti di Goldman Sachs, in una nota recente, hanno poi fatto notare che il secondo trimestre del 2015, per il Brasile, è stato il peggiore in più di un decennio in termini di alta inflazione e bassa crescita, ovvero quella che viene definita stagflazione. In altre parole, “dal primo trimestre del 2004 non c’è stato un solo trimestre in cui abbiamo assistito simultaneamente a un’inflazione più alta e a una crescita minore rispetto al secondo trimestre del 2015″.

Si parla così di’”incubo stagflazione”.

Il bagno di sangue che sta colpendo gli emergenti si spiega con il rallentamento della Cina, la seconda maggiore economia al mondo, che a sua volta è il maggiore responsabile del crollo delle materie prime, petrolio e rame prima di tutto. Questo, a sua volta, sta causando il collasso delle valute dei produttori di commodity, tra cui Brasile, Russia, Malesia, Sud Africa, le cui economie sono fortemente dipendenti dall’export di materie prime.

Allo stesso tempo, gli investitori – stando a Gross – hanno cominciato ad vendere a man bassa le valute di tali mercati, posizionandosi sul dollaro in vista di un rialzo dei tassi della Fed a settembre (in quanto scommettono sulla maggiore appetibilità del dollaro).

Non solo. Il calo di fiducia registrato sul fronte delle valute si è trasferito anche sull’azionario: oggi l’indice Msci Emerging Market è sceso di un ulteriore 0,7% aggiornando i minimi da 52 settimane, e ora si trova con un bilancio in perdita -16,2% nell’ultimo anno.

Come se non bastasse, la fuga dei capitali stranieri dai bond sta spingendo sempre più in alto i rendimenti delle obbligazioni, alimentando una crescita dei costi di finanziamento per entrambi i governi e le aziende di questi paesi.

Il rischio è anche quello che, con valute deprezzate, le esportazioni di beni dei paesi emergenti diventino sempre più convenienti, alimentando le pressioni deflazionistiche negli Stati Uniti e nel resto dei paesi avanzati dal momento che, in un circolo vizioso, i produttori statunitensi e europei vengono costretti anche essi a tagliare i prezzi per aumentare l’export.

Deflazione nei paesi avanzati dunque, e rischio maggiore di inflazione negli emergenti.

Indicativo quanto sta accadendo nelle economie dei paesi andini, dove i banchieri centrali non stanno neanche considerando l’eventualità di sostenere l’economia con tagli dei tassi di interesse, anche a fronte di un collasso dei prezzi del petrolio, del rame e e di altre materie prime. Questo perchè, stando a un articolo di Bloomberg, il peggioramento dei prezzi delle commodities e il rafforzamento del dollaro stanno provocando la fuga degli investitori dalle valute – come in Colombia e in Cile – e quindi il timore è porta un nome ben preciso: inflazione.

Rodrigo Vergara, presidente della Banca centrale del Cile, ha per esempio detto chiaramente che i tagli dei tassi sono completamente da escludere, in quanto il tonfo del peso sta provocando una impennata dei prezzi. Questo, anche se nei primi cinque mesi del 2015, il Pil cileno è sceso -0,7%, sulla scia del crollo dei prezzi del rame.

Il Cile è il principale esportatore di rame, i cui prezzi nell’ultimo anno sono crollati -26%.

(mt-Lna)