T. Rowe Price: dopo il Covid, quale destino per il piano fiscale di Biden

27 Luglio 2020, di Alberto Battaglia

Il programma elettorale di Joe Biden è stato modellato per rispondere al crescente bisogno di equità sociale nell’elettorato democratico, ma le promesse di rimodellare i prelievi fiscali in modo da aumentare le tasse ai ceti più abbienti potrebbero scontrarsi con le esigenze di un’economia fiaccata dal coronavirus. Non solo: per realizzare i progetti di riforma fiscale, Biden dovrebbe conquistare non solo la maggioranza alla Camera dei rappresentanti, ma anche al Senato (attualmente controllato dai repubblicani). Sono queste alcune delle incognite più interessanti intorno alla possibile vittoria di Biden alle prossime elezioni americane secondo quanto affermato da Katie Deal, Washington Analyst, U.S. Equity Division presso T. Rowe Price. Deal ha condiviso le sue riflessioni in esclusiva su Wall Street Italia.

Imposte sulle aziende: tariffe più elevate e chiusura dei “buchi fiscali”

“Il piano fiscale di Biden dovrebbe ripristinare molte disposizioni del codice fiscale in vigore prima dell’approvazione del Tax Cuts and Jobs Act (TCJA) del 2017, compensando circa 3.800 miliardi di dollari di nuove entrate federali in 10 anni. L’aliquota sulle società salirebbe dal 21% al 28%, comunque ancora al di sotto del 35% pre-TCJA. L’amministrazione potrebbe provare a raddoppiare la cosiddetta Global Intangible Low-Taxed Income, o GILTI, portando l’aliquota totale fino al 21%, impattando sulle società che generano profitti offshore e che beneficiano dell’arbitrato fiscale”.
“Il piano di Biden include anche un’imposta minima sul reddito delle società, che interesserebbe le aziende con profitti contabili di almeno 100 milioni di dollari.
Ancora non si sa quante di queste proposte fiscali diventeranno legge, o se Biden le modificherà a causa della recessione globale e del compromesso legislativo”.

Reddito personale: il piano dovrebbe colpire i più ricchi

“I piani fiscali individuali di Biden colpiscono principalmente i redditi più alti e chi trae profitto dagli investimenti. L’obiettivo è riportare le aliquote fiscali al 39,6% del pre-TCJA, con ripercussioni sui redditi da lavoro superiori a 400.000 dollari. Il piano prevede l’applicazione di un’imposta per i contributi previdenziali del 12,4% sui redditi superiori a 400.000 dollari, ripartita in modo uniforme tra il datore di lavoro e il dipendente, al fine di rafforzare il sistema di previdenza sociale e aumentare i benefici per i pensionati con un basso reddito.
Inoltre, Biden eliminerebbe gradualmente la deduzione ‘qualificata’ del 20% del reddito d’impresa (compresi i dividendi fiduciari di investimento immobiliare qualificati) per i ‘filer’ con un reddito imponibile superiore a 400.000 dollari e limiterebbe le deduzioni “dettagliate” al 28% del valore – misure che colpiscono soprattutto le persone che si trovano nelle fasce più alte di imposte”.

“La ‘lista dei desideri’ della campagna Biden include anche piani per aumentare le imposte sulle plusvalenze a lungo termine e sui dividendi qualificati. Anche in questo caso le misure andrebbero a impattare sui contribuenti più ricchi. E ancora, Biden eliminerebbe anche l’attuale sistema di valorizzazione degli asset ereditari. Attualmente, i beni in eredità sono valutati al valore di mercato e non in base al costo originario. Se questa proposta dovesse diventare realtà, l’eredità continuerebbe a essere valorizzata in base al costo storico, generando così una plusvalenza maggiore in caso di vendita”.

L’impatto delle modifiche fiscali

“David Giroux, CIO of Equity and Multi-Asset e Head of Investment Strategy di T. Rowe Price, stima che l’aumento delle tasse ridurrebbe i profitti delle società dell’indice S&P 500 tra il 9% e l’11%. Tuttavia, alcuni settori potrebbero beneficiare di un aumento della spesa e quindi limitare gli effetti negativi”.

“Un aumento delle aliquote fiscali avrebbe un impatto minore sugli utili per azione del segmento utility, poiché le imposte verrebbero trasferite sui clienti. Le società di esplorazione e produzione di energia generalmente pagano relativamente meno tasse e quindi trarrebbero beneficio rispetto ad altri settori. Ma queste società potrebbero essere soggette alle disposizioni sull’aliquota fiscale minima, che metterebbe sotto pressione le bollette dei clienti e la crescita della tariffa base, con possibili ripercussioni sulle società energetiche, soprattutto in uno scenario di prezzi più elevati.
Inoltre, le società non domiciliate negli Stati Uniti sfuggirebbero a un’aliquota GILTI più elevata, poiché la disposizione si applica solo alle società statunitensi, sebbene solo il 2,9% dell’indice S&P 500 sia domiciliato all’estero”.