Bce ha le mani legate: tassi allo 0,25% e niente misure

6 Marzo 2014, di Redazione Wall Street Italia

FRANCOFORTE (WSI) – Anche se 14 dei 54 economisti interpellati alla vigilia della decisione della Bce sui tassi di interesse si aspettavano una riduzione del costo del denario, Mario Draghi e i colleghi del comitato di politica monetaria hanno preferito lasciare le cose come stanno.

I tassi di riferimento restano fermi allo 0,25%, minimo storico dalla nascita dell’euro e lì resteranno anche se l’economia migliorerà, stando a quanto riferito dal governatore della banca di Francoforte. Tra gli economisti c’è persino chi si attendeva il varo di misure straordinarie di allentamento monetario.

Ma se si tiene conto delle analisi della Bce, ha fatto sapere Draghi, la crescita procede come previsto e le previsioni per un periodo prolungato di bassa inflazione sono in linea con le attese precedenti. Se così continuerà, lo spauracchio di una deflazione si allontanerà. La disoccupazione, nel frattempo, ha mostrato segnali di stabilizzazione.

Il primo problema per Draghi potrebbe essere quello di avere a che fare con una moneta unica forte. Sui mercati si registra un balzo in avanti dell’euro sul mercato dei cambi, di nuovo sopra 1,38 dollari, dopo la totale assenza di provvedimenti espansivi da parte della Bce. Nel pomeriggio la valuta unica vale 1,3815 dollari, sui massimi da inizio anno.

La maggioranza degli analisti aveva ragione. Draghi non ha fatto annunci operativi di nessuna sorta durante la conferenza stampa consueta iniziata alle 14.30. Così come stanno le cose pare che la Bce abbia le mani legate, anche se la deflazione continua a preoccupare.

La giustificazione delle autorità di politica monetaria? I prezzi al consumo rimangono ancorati ben al di sotto del target prefissato da Draghi e i segnali di miglioramento giunti dall’economia hanno allentato le pressioni per un taglio dei tassi, che invece erano legate dalla persistente bassa inflazione.

Tuttavia il mercato del lavoro è molto fiacco e se Draghi dice di essere preoccupato dalla fragile ripresa, che procede a passo moderato, e dalla bassa inflazione, allora come mai non ha intrapreso manovre ulteriori per sostenere l’area periferica dell’Eurozona.

Nell’area euro il caro vita è allo 0,8%, ben lontano dall’obiettivo ufficiale della Bce che punta ad una inflazione inferiore ma vicina alla soglia Ue del 2% sul medio termine. Abbassando i tassi, la banca centrale è in grado di aumentare l’inflazione e indebolire l’euro.

Ma a più riprese l’istituzione ha rilevato che le generali attese del pubblico sulla dinamica dei prezzi restano “saldamente ancorate” ai valori auspicati. Inoltre ieri le indagini sulle imprese hanno indicato una accelerazione dell’attività economica a febbraio, con valori sui massimi da quasi tre anni.

E il rafforzamento, se così si può chiamare, della crescita attenua i timori sulla bassa inflazione. Ma le stime per il Pil non sono entusiasmanti. La Bce prevede una crescita dell’1,2% nel 2014 (in dicembre la stima era dell’1,1%). Eurostat ha appena confermato il miglioramento del Pil sul finale del 2013 a un più 0,3%.

Non certo un grande risultato, ma la conferma di una ripresa dalla recessione più lunga e grave dai tempi del Dopoguerra. Sono evidentemente bastate queste informazioni per convincere Draghi a non fare nulla, né sul versante della liquidità, né su quello dei provvedimenti straordinari.