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Basta Ipo, sempre più società hi-tech non si quotano. Ed è boom trading di azioni private

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ROMA (WSI) – Sono sempre di più le società hi-tech che, inondate di liquidità, decidono di evitare lo sbarco in Borsa attraverso le operazioni di Ipo, optando per altri metodi scegliendo derivati e altri metodi per raccogliere fondi e premiare i primi investitori.

Stando a quanto riporta il Financial Times, soprattutto per le aziende tecnologiche sostenute dal venture capital, la raccolta di finanziamenti sul mercato privato è stata superiore, in termini di valore, rispetto a quella di fondi arrivati da Wall Street.

I dati di CB Insights parlano chiaro: finora queste società hanno raccolto appena $600 milioni attraverso operazioni di Ipo, ricevendo invece ben $20 miliardi – importo pari a 35 volte – attraverso le offerte private, ribattezzate “Ipo private”.

Il boom nelle offerte primarie private si è tradotto in diverse richieste per la creazione di piattaforme di trading secondario arrivate da datori di lavoro, dipendenti e investitori.

Società come Airbnb e Pininterest stanno organizzando programmi ad hoc che permettano ai dipendenti di vendere azioni, uno strumento importante per convincere i talenti a rimanere, in un mercato altamente competitivo, ma anche per continuare a detenere il controllo delle loro azioni. Allo stesso tempo, spiega il Financial Times, investitori come i fondi di investimento si fanno in avanti per puntare su un numero crescente di gruppi hi-tech, che rimandano la decisione di quotarsi in borsa.

SecondMarket, con sede a New York, è una delle principali piattaforme per le offerte private, e ha visto le transazioni quadruplicarsi in valore lo scorso anno, a $1,4 miliardi. Il grande interesse degli investitori ha anche dato vita a strutture diverse per il trading secondarioe terziario, inclusi i contratti derivati. In questo modo, si può puntare su grandi promesse del futuro del calibro di Uber e GoPro, senza dover sottostare alle severe restrizioni che interessano l’azionario.

Il fattore chiave è stata la legge del 2012, Jumpstart Our Business Startups (JOBS), che ha alzato il tetto massimo per il numero degli azionisti che possono far parte di una società privata a 2.000, esclusi i dipendenti, da 500. E ora anche i mercati regolamentati si stanno adeguando al trend. Il Nasdaq, per esempio, ha lanciato due anni fa il Nasdaq Private Market. E Greg Brogger, fondatore e amministratore delegato di SharesPost – che fornisce servizi alle società private come SoundCloud e Shazham – afferma che l’aumento dell’attività sui mercati secondari sta aiutando a creare maggior accesso e trasparenza nelle società in mano privata.

Ma cosa si intende per “offerte secondarie”? Si parla di “offerta in cui i dipendenti o i primi investitori possono vendere azioni a un prezzo pre-determinato. A volte le società stesse si mettono in vendita, acquistando le proprie azioni, al fine di contrastare il fenomeno della diluizione”. Ma chi compra? “La società selezionerà un numero limitato di buyer, che possono includere fondi speculativi, fondi di investimento e investitori attivi nel venture capital”.

C’è da dire però che, nelle transazioni private, non sono resi noti molti dati. Inoltre, tra il 2010 e il 2012 – prima delle Ipo di Facebook, LinkedIn e Twitter – il boom del trading delle azioni di società private limità i volutmi di scambi e rese i prezzi altamente volatili.