Banche centrali: la Fed non agisce. Borsa giù

1 Agosto 2012, di Redazione Wall Street Italia

New York – La Federal Reserve di Ben Bernanke non ha toccato i fed funds Usa, cioe’ i tassi a breve, lasciandoli immutati al mininimo storico compreso tra lo 0,0% e 0,25%, con un voto di 11 a 1 (solo un governatore del Federal Open Market Committee ha votato contro). Nessun cambiamento alla politica monetaria degli Stati Uniti quindi, nessun nuovo programma di stimolo fino a tutto il 2014, niente liquidita’ aggiuntiva con il tanto desiderato (dal mercato) QE3. Se ne parla, forse, a settembre. E la palla del gioco di manipolazione delle economie mondiali passa ora alla Bce, guidata da Mario Draghi. Il rischio e’ che le aspettative del mercato mondiale sulle previste azioni di stimolo della Bce siamo malriposte o eccessive.

La Fed riconosce che le condizioni dell’economia degli Stati Uniti sono ancora “difficili”, il mercato immobiliare “e’ depresso” e l’outlook richiede tassi eccezionalmente bassi per un periodo eccezionalmente lungo di tempo, cioe’ fino al 2014. La banca centrale americana dichiara anche nel suo comunicato di essere pronta a ulteriori misure, se fossero necessarie, e che per far questo “continuera’ a vigilare sull’andamento dell’economia Usa”. Il maggior cambiamento nel testo e’ nel primo paragrafo. A giugno la Fed scrisse: “l’economia si sta espandendo moderatamente”. Adesso invece la scelta delle parole e”: “L’attivita’ economica ha in parte decelerato nella prima meta’ dell’anno”, “il mercato del lavoro cresce lentamente”, “il mercato immobiliare e’ depresso”. Non un bel quadro insomma.

A Wall Street la totale inazione della Fed – che non ha cambiato neanche l’impostazione del testo (a parte la modifica qui sopra), senza parlare della mancanza assoluta di nuovi programmi di stimolo monetario – ha deluso gli operatori ma non ha provocato nessun serio sell-off. Gli indici Usa sono passati tutti in rosso subito dopo l’annuncio. Ma le vendite sono state piuttosto moderate. Dollaro in rialzo, con il cambio eur/usd a 1,2227.

I mercati attendevano con il fiato sospeso di sapere cosa Ben Bernanke e i governatori del FOMC (Federal Open Market Committee), cioe’ il braccio operivo della Fed che fissa la politica monetaria degli Stati Uniti, avrebe deciso di fare per porre rimedio alla situazione sempre piu’ critica della maggiore economia al mondo, dovuta al forte rallentamento del Pil. Gli operatori si attendevano comunque un approccio ancora improntato alla cautela da parte del banchiere centrale, come e’ infatti avvenuto.

Oltre al nuovo affondo di politica monetaria espansiva che va sotto il nome di quantitative easing – che prevede l’acquisto di attivita’ finanziarie dalle banche (azioni o titoli anche tossici) con effetti positivi sulla struttura di bilancio di queste ultime – la Federal Reserve avrebbe potuto abbassare il tasso sulle riserve bancarie (come ha fatto la Bce di Mario Draghi) oppure promettere di mantenre il costo del denaro intorno al minimo storico dello 0-0,25% anche oltre il 2014, e cioe’ fino al 2015. Invece ha ribadito che la data e’ il 2014.

C’era infatti a rischio la credibilita’ dell’istituto, che se avesse agito troppo presto avrebbe potuto non ottenere i risultati sperati. Per questo motivo la maggior parte degli economisti scommette ancora su un intervento della Fed a settembre.

Le pressioni anche politiche affinche’ la Federal Reserve intervenga nei prossimi mesi sono in aumento costante (tra l’altro a novembre si vota per le presidenziali Usa, gli americani sceglieranmno tra Barack Obama e Mitt Romney chi sara’ alla Casa Bianca fino al 2018). Le aspettative di un’operazione da 600 miliardi di dollari salgono al 48% al prossimo vertice del 12-13 settembre, quando Bernanke terra’ anche la ormai abituale (anche se di recente introduzione) conferenza stampa, che e’ diventato un periodico appuntamento per spiegare le ragioni della banca centrale.

Secondo la stragrande maggioranza degli economisti che hanno partecipato a un sondaggio di Bloomberg prima della decisione sui tassi di oggi, era appunto previsto che il numero uno della Fed Ben Bernanke non annunciasse un terzo round di acquisti di asset a larga scala, rimandando la decisione appunto a settembre, quando – secondo le opinioni del consensus – la Fed dovrebbe lanciare un piano per l’acquisto di titoli di debito e del settore immobiliare per un valore di $600 miliardi.

L’88% del campione intervistato, dunque, aveva escluso l’arrivo di un QE3 oggi. Più che altro, eventualemnte, la Fed avrebbe potuto rendere noto l’impegno a mantenere i tassi di interesse vicini allo zero oltre quanto stabilito fino a ora, ovvero oltre la fine del 2014 e cioe’ fino almeno al 2015. Non e’ accaduto nemmeno questo.

Nonostante tutti i tentativi di rilancio dell’economia, la ripresa sta chiaramente rallentando, con l’espansione del Pil che e’ stata solo dell’1,5% nel secondo trimestre. Il che mette pressioni su Bernanke perche’ entro setembre faccia qualcosa.

Nei giorni scorsi il New York Times ha rivelato che e’ tornata a prendere quota una tesi sostenuta anche dall’ex governatore Alan Greenspan di intervento ‘preventivo’. Una sorta di polizza assicurativa da attivare anche in condizioni non estramente drammatiche.

Intanto il giorno in cui la Federal Reserve annuncia la propria decisione sui tassi e le manovre di politica monetaria che intende adottare, cade alla vigilia del verdetto di Mario Draghi, numero uno della Bce, che la scorsa settimana ha detto che farà di tutto per salvare l’euro. Ma sarà proprio così? Diversi dubbi si insinuano nelle menti degli operatori, soprattutto dopo quanto riferito da Reuters.

Secondo l’agenzia di stampa, per la Bce sarà decisamente difficile ripristinare il programma di acquisto dei titoli di stato italiani e spagnoli “prima di cinque settimane”, considerata la ferma opposizione da parte della Bundesbank che ogni giorno non manca ormai di farsi sentire e che, secondo alcune fonti, il numero uno Mario Draghi non aveva pronosticato.

Trepidazione dunque anche per la giornata di domani, quando sarà la Bce ad annunciare il da farsi sulla politica monetaria europea, alle prese con la gravissima crisi dei debiti sovrani, aggravata dalla recessione. Fino a pochi giorni fa, i mercati hanno scommesso sulla riattivazione del programma di acquisti dei titoli di stato dei paesi più deboli (Spagna e Italia). Tuttavia, le scommesse sono state gelate ripetutamente nelle ultime ore dal duplice “nein” della Germania, con il portavoce del ministero Finanze che ha anche detto “no” anche alla licenza bancaria al Fondo Salvastati.

“Nei prossimi due giorni, l’attenzione del mercato sarà fortemente concentrata sulle banche centrali mondiali – ha commentato, in un’intervista rilasciata a Bloomberg, Jonathan Sudaria, trader presso Capital Spreads a Londra – La recente carrellata di dati economici negativi in tutto il mondo e i problemi che l’Europa sta affrontando hanno portato i trader, d’istinto, a guardare alle banche centrali e al loro ruolo salvifico”.

In generale l’indice di riferimento europeo Stoxx Europe 600 Index ha guadagnato +12% dal minimo di quest’anno, testato lo scorso 4 giugno. L’indice ha alle spalle otto settimane consecutive di guadagni, l’arco temporale più lungo dal gennaio del 2006.