Apple, Siri “spiona”: ascolta le nostre conversazioni. Via a class action

8 Agosto 2019, di Mariangela Tessa

Nuovi guai per Apple. La società di Cupertino è diventata oggetto di una class action per presunta violazione della privacy. La causa è stata depositata in un tribunale della California e ruota attorno a un programma, ora sospeso, con cui il colosso hi-tech  aveva assunto persone per ascoltare una quantità limitata di interazioni tra utenti e l’assistente vocale Siri. L’intenzione del gruppo era quello di migliorare le prestazioni della stessa Siri. L’accusa è che Apple non abbia informato gli utenti di essere “regolarmente registrati senza consenso”.

Il caso era esploso con un articolo del quotidiano inglese Guardian, secondo cui i contractor di Apple ascoltano “regolarmente” tali registrazioni senza il consenso delle persone.

Apple si era già difesa sostenendo che ascoltava meno dell’1% dei comandi dati “intenzionalmente” a Siri. L’avverbio è cruciale poiché la causa legale sostiene che il gruppo abbia ascoltato non solo i comandi attivati dicendo “Hei Siri” (dunque intenzionali) ma anche quando tali mosse non sono state fatte dall’utente. Nelle sua privacy policy, il gruppo spiega che registrazioni anonime legate a Siri vengono collezinate per migliorarne le prestazioni.  Il colosso tech aveva anche spiegato che quando rilancerà il programma, consentirà agli utenti di scegliere di non essere coinvolti in una simile pratica.

La notizia arriva dopo quelle degli scorsi mesi riguardanti i concorrenti di Siri: anche Amazon e Google, per i loro rispettivi assistenti virtuali, si affidano a personale umano per monitorarne le prestazioni.

I guai di Apple non finiscono qui. Secondo quanto riporta la stampa americana, la Russia avrebbe avviato un’indagine sul gruppo americano per  presunto abuso di posizione dominante.  L’indagine è stata avviata grazie ad un reclamo di Kaspersky Lab, società di sicurezza informatica finita nel mirino di Donald Trump con l’accusa di spionaggio.

La società imputa ad Apple di averle impedito di aggiornare la sua applicazione di Parental Control, chiamata “Safe Kids“, facendole perdere alcune funzioni, allo scopo di favorire “Screen Time“, un’applicazione di Apple che offre funzioni simili.