Apple nella tempesta: paura per effetti dazi, un iPhone potrebbe costare fino a $2.300
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Mentre si iniziano a contare i possibili danni che il “Giorno della Liberazione” Usa e la raffica di novi dazi annunciati da Donald Trump rischiano di provocare per imprese e consumatori, c’è una società finita nell’occhio del ciclone per le possibili conseguenze delle nuove tariffe sui profitti. Si tratta del colosso hi-tech Usa Apple: ieri il titolo del gruppo della mela morsicata ha perso oltre il 9%, registrando la seduta peggiore da marzo 2020 e cancellando oltre 310 miliardi di dollari dalla sua capitalizzazione di mercato.
Verso impennata dei prezzi
Quello che preoccupa gli investitori sono i rischi legati ai centri di produzione all’estero, particolarmente vulnerabili alla nuova tornata di dazi. Apple produce fondamentalmente tutti i suoi iPhone in Cina (circa l’85% della produzione totale ndr). E questo rischia di diventa un problema serio per il gruppo. Soprattutto perché, negli ultimi anni, con l’inasprirsi delle tensioni commerciali con Pechino, Apple si è mossa per allargare la propria catena di fornitura al di là di gigante asiatico e potenziando la produzione in luoghi come l’India e il Vietnam, Paesi finiti nel mirino dell’amministrazione Trump nell’ultima tornata di dazi.
A proposito di tariffe, va ricordato che i dazi del 34% annunciati ieri, andranno di fatto ad aggiungersi all’attuale tariffa del 20% del Paese, il che significa che l’aliquota tariffaria totale salirà al 54%. Ulteriori dazi del 46% e del 26% colpiranno Vietnam e India. Insomma, il margine di manovra appare ormai limitato.
“Le preoccupazioni sono legate all’impatto sui prezzi e sui margini e a ciò che questo significa per la catena di approvvigionamento globale in futuro”, ha spiegato in una nota, Dan Ives, analista di Wedbush, aggiungendo che nei prossimi mesi si svolgeranno importanti trattative, mentre le aziende cercheranno di orientarsi in questo “nuovo mondo di tariffe”.
Ma quali sono i potenziali impatti sui prezzi dei prodotti Apple? Una stima di Rosemblatt Securities, ripresa dall’agenzia Reuters, parla di possibile aumento dei prezzi dell’iPhone fino a 2.300 dollari per la versione più costostosa.
“Se si considerano le tariffe reciproche in Paesi come il Vietnam, l’India e la Thailandia, dove Apple ha diversificato la sua catena di approvvigionamento, non sembra esserci nessuna via di scampo”, ha dichiarato Erik Woodring, analista di Morgan Stanley, alla trasmissione “Closing Bell” della CNBC.
Secondo le stime di Woodring, per compensare il prezzo delle tariffe, Apple potrebbe dover aumentare i prezzi delle sue linee di prodotti del 17-18% negli Stati Uniti. Ma c’è ancora molta incertezza su quello che farà Apple e su come la Cina potrebbe reagire contro gli Stati Uniti, ha aggiunto l’esperto.
Prospettive future
Ci si chiede a questo punto se l’idea, evidenziata più volte durante i discorsi di Trump, ovvero quello di riportare, tramite la politica commerciale protezionista, l’industria manifatturiera negli Stati Uniti, inclusa quella di Apple, sarà mai possibile.
Gli analisti ricordano che l’investimento di 500 miliardi di dollari di Apple negli Stati Uniti, sbandierato da Trump durante l’annuncio dei nuovi dazi, include l’acquisto di componenti e chip da fornitori statunitensi. Detto ciò, l’azienda non si è impegnata a produrre i suoi prodotti in grandi volumi negli Stati Uniti. I costi sarebbero troppo alti.
La resistenza della società californiana a realizzare la produzione finale negli Stati Uniti è una questione di vecchia data. Nel 2011, il fondatore di Apple, Steve Jobs, aveva detto chiaramente all’ex presidente Barack Obama, quando gli era stato chiesto di produrre gli iPhone negli Stati Uniti, che “quei posti di lavoro non torneranno più”.
“La realtà è che, secondo le nostre stime, ci vorrebbero 3 anni e 30 miliardi di dollari per spostare anche solo il 10% della sua catena di approvvigionamento dall’Asia agli Stati Uniti, con gravi disagi nel processo”, ha concluso Ives, analista di Wedbush, in una nota di giovedì.