Anche Svezia taglia tassi sotto zero e lancia QE

12 Febbraio 2015, di Redazione Wall Street Italia

ROMA (WSI) – Nuova sorpresa dal mondo delle banche centrali. La banca centrale svedese, nota come Riksbank, ha tagliato i tassi di interesse di riferimento al di sotto dello zero, lanciando, così come ha fatto la Bce, un programma di QE, volto ad aiutare l’economia scandinava a uscire dalla spirale della deflazione.

Nell’ultimo periodo, altri annunci shock erano arrivati dalla Banca centrale australiana. Dall’inizio del 2015 sono più di 15 i paesi che hanno deciso di tagliare i tassi a sorpresa: tra questi Singapore, Europa, Svizzera, Danimarca, Canada, India, Turchia, Egitto, Romania, Perù, Albania, Uzbekistan, Pakistan, Russia.

Indicativo il caso della Danimarca, che in meno di un mese ha tagliato i tassi per ben quattro volte.

Tornando al caso della Svezia, i tassi sono stati tagliati dallo zero a -0,10%. La banca ha anche promesso che “presto” renderà la propria politica monetaria “più espansiva”, acquistando bond governativi per un valore di 10 miliardi corone svedesi (l’equivalente di $1,2 miliardi), con scadenze tra uno e fino a cinque anni”. I tassi, ha precisato, rimarranno allo -0,10%, fino a quando l’inflazione non tornerà ad avvicinarsi al 2%, target che secondo la banca sarà centrato nel secondo semestre del 2016.

Così come la Bce, dunque, le autorità di politica monetaria di Stoccolma sono pronte a tirare fuori dall’arsenale armi non convenzionali, causa il peggioramento dei rischi di deflazione.

Nel mese di dicembre, le aspettative sull’inflazione svedese a due anni sono scese all’1,1% dall’1,4% di settembre, stando a un sondaggio riportato da Bloomberg e messo a punto dall’associazione TNS Sifo Prospera. Sempre a dicembre, i prezzi al consumo sono scesi dello 0,3% su base annua.

Immediata la reazione della corona svedese, crollata al minimo in sei anni nei confronti del dollaro, esattamente dall’aprile del 2009, a SKR 8,48. Nei confronti della moneta unica è scesa al valore più basso in quattro anni e mezzo a 9,6 per euro.

A questo punto, cosa farà la Federal Reserve? Sembra che negli Stati Uniti ci siano tutti i presupposti per iniziare ad alzare i tassi sui fed funds. Un sondaggio di Reuters di poche ore fa ha messo in evidenza che in media gli 82 economisti intervistati ritengono che il Pil Usa crescerà del 3,2% quest’anno, al ritmo più elevato dal 2005. Di conseguenza, la Fed di Janet Yellen potrebbe iniziare ad alzare i tassi già a giugno.

Ma in un contesto di guerra valutaria e di banche centrali in affanno per combattere lo spettro della deflazione, cosa farà la Banca centrale americana? Non si preoccuperà del rafforzamento del dollaro e della conseguente erosione dei profitti riportati all’estero dalle società Usa? C’è chi consiglia di essere pazienti. Anche perchè, come ha detto lo stesso amministratore delegato di Gallup. gli Stati Uniti sono vittima di una grande bugia, una BIG LIE, che dipinge una realtà molto probabilmente più rosea di quanto riportino gli stessi dati statistici.

E anche perchè, in quella che è stata una tacita ammissione di fallimento, i grandi del pianeta, nell’ultimo meeting del G20 a Istanbul, Turchia, hanno guerre valutarie e manovre di politica monetaria espansive.

Intanto, occhio al tonfo dell’aussie, ovvero del dollaro australiano, che ha sfondato quota 77 centesimi nei confronti del dollaro, con il rapporto aud/usdcrollato fino a 0,7658 circa. A scatenare gli smobilizzi scatenati, la pubblicazione del report occupazionale di gennaio, che ha messo in evidenza che l’Australia ha perso ben 12.200 posti di lavoro, a fronte di un tasso di disoccupazione balzato al 6,4%. Gli analisti avevano previsto un lieve aumento di posti di lavoro (+5.000 unità) e un tasso di disoccupazione in rialzo al 6,2%.

(Lna)