Alert Fmi da bomba sociale. Troppi sportelli bancari in Italia, vanno chiusi

6 Ottobre 2016, di Alessandra Caparello

ROMA (WSI) –  Trecento mila bancari italiani che potrebbero dimezzarsi nel giro di dieci anni. La bomba sociale che il premier Matteo Renzi ha tentato con forza di smentire in realtà potrebbe avversarsi come lascia intendere il Fondo Monetario internazionale. E come riporta un articolo de Il Giornale successivamente al monito – l’ennesimo – arrivato da Washington.

“Una bomba sociale che, pur con esuberi forse da ritoccare tra 60mila e 92mila, ha trovato ieri una indiretta conferma nella diagnosi del Fondo Monetario internazionale, secondo cui ci sono “troppe filiali con troppi pochi depositi e troppe banche con costi di raccolta ben al di sopra della concorrenza”.

Dell’eccesso di sportelli bancari ha parlato in particolare Peter Dattels, vicedirettore del dipartimento mercati dei capitali dell’istituto guidato da Christine Lagarde secondo cui in Europa ci sono gruppi bancari che potrebbero migliorare la loro efficienza tagliando il personale e chiudendo un terzo degli sportelli.

Una logica che nel nostro paese, riporta il quotidiano, porterebbe alla chiusura di 9800 sportelli bancari su 29500 attualmente operativi portando a mettere a rischio 65mila posti di lavoro.

In ogni sportello delle banche italiane lavorano infatti 6,5 addetti media. Numeri a cui si aggiungono quelli già previsti negli accordi di ristrutturazione firmati con i sindacati per il periodo 2013-2020 circa 28100 uscite. Un totale di 90mila persone che potrebbero essere messi alla porta, di cui il 30% potrebbero essere reimpiegato in altri uffici di back office.

Così Il Giornale:

“Accanto alla bomba sociale per un Paese già afflitto da una disoccupazione all’ 11%, ci sarebbe poi quella finanziaria sui bilanci delle banche. Si parlerebbe infatti di un esborso potenziale compreso tra 5,5 e 15 miliardi, a secondo se si considera il minimo dei posti a rischio (32mila) con il taglio delle filiali ipotizzato dal Fmi, o lo spettro dei 90mila tagli. La stima è fatta considerando che oggi un istituto in ristrutturazione versa annualmente circa 56mila euro (39.500 di assegno e 16.500 di contributi) per ogni prepensionato apportato al fondo e che di norma questo attende 3 anni prima di ricevere l’assegno Inps. Va da sé che l’aggravio lieviterebbe se, come appare probabile in caso di taglio verticale degli addetti, si dovessero utilizzare tutti i cinque anni previsti dall’ammortizzatore sociale. Quello che è certo è che, anche dopo i ripetuti inviti di Bce e Bankitalia – l’ultimo appello martedì da parte del direttore generale Salvatore Rossi – a tagliare i costi e trovare un modo per fare profitti, i sindacati Fabi, Fisac, First e Uilca non hanno mai ceduto su un punto: le uscite devono essere volontarie e tramite il Fondo. Insomma niente cassa integrazione, o sarà guerra aperta”.