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A Putin resta una sola arma: i controlli di capitale

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MOSCA (WSI) – Oltre al conflitto in Ucraina Vladimir Putin ora deve gestire una guerra che si sta svolgendo sui mercati: quella contro gli speculatori nel valutario.

La carenza di fiducia nell’economia russa, infatti, ha provocato una fuga di capitali. Gestori e investitori cercano di limitare le perdite subite per via del calo degli asset denominati in rubli mentre gli avvoltoi della speculazione scommettono su una svalutazione ulteriore della valuta.

Le opzioni su questo campo di battaglia sono poche: dalla ritirata strategica (ovvero acconsentire che il rublo si svaluti) al rialzo dei taassi di interesse, passando per la vendita di valute staniere e il controllo dei capitali.

La Cina ha promesso che correrà in soccorso della Russia, comprando rubli e altri asset, ma potrebbe non bastare. Mosca ha l’Occidente e i mercati contro al momento. E le prime tre strade delle quattro soluzioni sopra citate sono già state percorse. Il rublo si è deprezzato più di quanto potessero immaginare anche i più pessimisti.

La banca centrale russa ha aumentato il costo del denaro dal 10,5 al 17%, un livello che non può più oltrepassare altrimenti rischia di ottenere effetti controproducenti, dannosi per l’economia.

Riguardo all’ultima opzione, Putin stesso nella sua ultima conferenza stampa ha deto che le riserve internazionali, anche se sono ancora su livelli accettabili, non dovrebbero più essere toccate. Finora sono state anche utilizzate per sostenere la valuta nazionale. Al Cremlino non rimane altro che giocarsi l’arma dei controlli di capitale.

Come esempio di misura riuscita si cita spesso il caso della Malaysia nel 1998. Allora gli investitori erano preoccupati per le politiche e pensiero eterodossi del premier Mahathir Mohamad. Le autorità vietarono le operazioni di trading offshore e il rimpatrio degli investimenti detenuti dagli stranieri. Al contempo gli asset denominati nella valuta nazionale, il ringgit, detenuti all’estero vennero fatti rimpatriare.

La tecnica funzionò, a dimostrazione della teoria secondo cui se i controlli sono accompagnati da misure per ravvivare l’economia, allora non sono mai deleteri.

Le autorità russe dovranno mettere in piedi politiche che limitino i danni sul breve e che favoriscano l’economia interna. I controllo di capitale, in particolare, permettono alle autorità monetarie di ridurre i tassi di interesse, perché le misure alleggeriscono il peso che comporta qualsiasi operazioni di difesa della valuta nazionale.

Allo stesso tempo i controlli di capitale rischiano anche di promuovere una certa pigrizia delle autorità o – ancora peggio – la cattiva politica.

E in tutti i modi il sollievo offerto dai controlli di capitale diminuisce nel corso del tempo, con gli investitori che piano piano imparano sempre come aggirarli.

In Russia è ancora più vero che altrove: basta guardare a come sono andati a finire i tentativi precedenti di combattere la fuga di capitali, come per esempio dopo la crisi finanziaria e il default del 1998. Allora i controlli sono stati aggirati in fretta.

È pertanto fondamentale che le autorità sfruttino il margine di manovra ristretto offerto dalla misura di controllo dei capitali, per costruire una struttura politico economica credibile, che convinca poi gli investitori a tornare e restare nel mercato russo.

I controlli di capitale sono un tentativo di introdurre politiche che blocchino l’uscita e l’ingresso dei fondi da e verso il paese e anche all’interno dei confini.

È l’unica carta con un certo valore che rimane in mano a Putin: se vuole evitare la fuga degli investitori gli converrà giocarsela bene.

Fonte: Financial Times

(DaC)