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OpenAI avrebbe discusso l’ipotesi di assegnare al governo degli Stati Uniti una partecipazione azionaria pari al 5%, per un valore stimato di circa 42,6 miliardi di dollari, dopo che la startup di intelligenza artificiale ha chiuso a marzo un round di finanziamento da record con una valutazione post-money di 852 miliardi di dollari. Lo riporta il Financial Times, secondo cui la misura rientrerebbe in una strategia più ampia per ridurre le tensioni politiche a Washington, dove cresce la preoccupazione per la sicurezza informatica dei modelli AI e per l’intensificarsi della competizione con la Cina.
Il CEO Sam Altman (nella foto a sinistra del presidente Donald Trump) avrebbe sostenuto che l’assegnazione al pubblico di una partecipazione finanziaria nell’azienda rappresenti il modo più efficace per condividere i benefici dell’intelligenza artificiale, secondo quanto riportato dal quotidiano finanziario, che cita due persone a conoscenza delle trattative.
Il modello del fondo sovrano
L’eventuale schema non sarebbe limitato a una singola azienda, ma potrebbe essere esteso anche ad altri operatori statunitensi del settore. All’esame ci sarebbe l’ipotesi della creazione di un veicolo pubblico-privato attraverso il quale il governo potrebbe detenere partecipazioni anche in altri grandi player dell’intelligenza artificiale, tra cui Anthropic, Google e Meta. Non è tuttavia chiaro se queste società sarebbero disposte ad aderire al progetto.
Il modello richiamerebbe quello dell’Alaska Permanent Fund, un fondo sovrano che reinveste le entrate delle risorse naturali e distribuisce dividendi al governo statale e ai residenti. In questo caso, l’obiettivo sarebbe trasformare parte dei profitti generati dall’intelligenza artificiale in benefici diretti per la collettività.
La sfida della redistribuzione nell’economia dell’AI
In questo contesto, gli operatori di mercato osservano con attenzione il possibile aumento dell’intervento pubblico, che potrebbe tradursi in nuove forme di contribuzione obbligatoria o redistributiva legate ai profitti del settore. La proposta di un “dividendo AI” mira a replicare, in un contesto tecnologico, meccanismi già sperimentati in settori legati alle risorse naturali.
L’obiettivo sarebbe quello di trasformare una parte della rendita tecnologica in un beneficio sociale diretto, riducendo il rischio di un’eccessiva concentrazione della ricchezza. In passato, il governo statunitense ha già acquisito partecipazioni in imprese considerate strategiche, tra cui investimenti in società come Intel e altri operatori attivi nei semiconduttori e nelle tecnologie avanzate.
Profili giuridici e limiti del modello proposto
L’ipotesi di una partecipazione pubblica diretta nelle aziende private solleva tuttavia interrogativi rilevanti sul piano giuridico e istituzionale. A differenza dei modelli di fondi sovrani tradizionali, alimentati da risorse pubbliche o naturali, in questo caso si tratterebbe di un intervento nella struttura proprietaria di società tecnologiche private.
Resta quindi aperto il tema della compatibilità con le regole del diritto societario statunitense e del rischio di interferenze politiche nella governance aziendale. Se la proposta dovesse concretizzarsi, segnerebbe un cambiamento significativo nel rapporto tra Stato e imprese tecnologiche.