Nasdaq a rischio correzione del 35%: tra maxi-Ipo e ritorno dell’inflazione cresce l’allarme sui tecnologici
Fonte: Getty
Dopo mesi di crescita sostenuta trainata dai titoli legati all’intelligenza artificiale, sul Nasdaq iniziano ad affacciarsi i primi segnali di debolezza. La volatilità registrata nelle ultime settimane rappresenterebbe soltanto l’inizio di una correzione più ampia secondo Slavik Kolesnik, co-gestore del fondo obbligazionario Leader Capital High Quality Income Fund.
La previsione del manager, riportata da Business Insider, è netta: l’indice tecnologico potrebbe perdere fino al 35% nel corso dell’anno, cancellando una parte significativa dei guadagni accumulati durante l’ultima fase rialzista. Un ribasso di questa entità riporterebbe semplicemente il Nasdaq in prossimità della propria media mobile a 200 giorni, livello tecnico considerato dagli analisti uno dei principali riferimenti per valutare la tendenza di lungo periodo dei mercati.
L’effetto drenaggio delle mega-Ipo
Diversi i motivi che potrebbero alimentare le vendite. A partire dal ritorno sul mercato delle grandi offerte pubbliche iniziali. L’esordio di SpaceX, accolto da una domanda quattro volte superiore all’offerta disponibile, potrebbe rappresentare soltanto il primo capitolo di una stagione di quotazioni destinata a coinvolgere anche altre società ad alta visibilità, come Anthropic e OpenAI.
Il problema non risiederebbe nella qualità delle aziende candidate alla Borsa, bensì nell’effetto di redistribuzione dei capitali. Le nuove quotazioni richiedono infatti ingenti risorse finanziarie che, in assenza di nuovi flussi significativi, potrebbero essere sottratte ai titoli già presenti nei portafogli degli investitori istituzionali.
In questo scenario, i primi candidati a finanziare le nuove operazioni sarebbero proprio i grandi nomi della tecnologia statunitense, che oggi rappresentano una quota rilevante della capitalizzazione del Nasdaq e degli altri principali indici azionari americani.
Inflazione, il secondo fronte di rischio
Accanto al fattore liquidità, Kolesnik individua nell’inflazione il principale elemento macroeconomico capace di mettere sotto pressione le valutazioni azionarie. L’indice dei prezzi al consumo statunitense ha recentemente raggiunto il 4,2% su base annua, il livello più elevato degli ultimi tre anni. Finora la componente “core”, che esclude energia e alimentari, ha mostrato una dinamica più contenuta. Tuttavia, il gestore ritiene che l’aumento dei costi energetici finirà progressivamente per trasferirsi ai prezzi dell’intera economia, alimentando una nuova fase di inflazione diffusa. La sua previsione di base è che il Core PCE, l’indicatore preferito dalla Federal Reserve per monitorare l’andamento dei prezzi, possa avvicinarsi al 4%, rispetto al 3,3% registrato nei mesi precedenti.
Un ritorno dell’inflazione avrebbe conseguenze dirette sul mercato obbligazionario. Gli investitori tenderebbero infatti a richiedere rendimenti più elevati per detenere titoli di Stato a lungo termine, incorporando l’ipotesi di tassi d’interesse elevati per un periodo più lungo.
Tutto questo, per le società growth, il cui valore dipende in larga misura dagli utili futuri attesi, l’aumento dei rendimenti rappresenta tradizionalmente un elemento penalizzante. Maggiore è il rendimento privo di rischio offerto dai Treasury, minore risulta l’attrattività relativa delle valutazioni elevate che caratterizzano il comparto tecnologico.
Non a caso, il portafoglio gestito da Kolesnik privilegia obbligazioni con scadenze brevi o intermedie, considerate meno vulnerabili alle oscillazioni della curva dei rendimenti.
La previsione resta comunque controversa. Gli investitori più ottimisti continuano a scommettere sulla crescita degli utili legati all’intelligenza artificiale e sulla capacità delle grandi società tecnologiche di mantenere elevati tassi di espansione. Tuttavia, la combinazione tra nuove maxi-Ipo e riaccelerazione dell’inflazione introduce variabili che potrebbero mettere alla prova la resilienza del mercato nei prossimi mesi.