Medio Oriente: si indebolisce Dubai come centro offshore a favore di Singapore e Hong Kong?
Se dall’Europa guardiamo ad oriente, finora ci sono stati essenzialmente tre principali centri finanziari internazionali: Dubai, Hong Kong e Singapore. Quanto a Dubai, negli ultimissimi anni ha vissuto quasi un secondo boom, superando le concorrenti grazie sia agli enormi investimenti americani e britannici, sia alla presenza dei data center delle grandi aziende tecnologiche statunitensi, che hanno portato al continuo arrivo di talenti da tutto il mondo.
Attirati da una tassazione molto favorevole, sicurezza, clima piacevole e scelte politiche orientate all’apertura verso gli investimenti – tra cui, ricordiamo, il mancato lock-down durante il Covid –, in molti hanno scelto Dubai come luogo di investimento e di residenza personale rispetto non solo all’Europa, ma anche da altri continenti. La guerra tra Russia e Ucraina aveva ulteriormente rafforzato Dubai come rifugio per chi scappava dal conflitto, con ulteriore afflusso di capitali e persone.
Tuttavia, in poche settimane la situazione sembra profondamente cambiata: la recente escalation della guerra tra Iran, Stati Uniti e Israele, e l’impatto in tutti i Paesi limitrofi, sta velocemente cambiando la situazione. E’ innegabile che l’attacco (pur breve) all’aeroporto, ai porti e ad alcuni alberghi hanno compromesso la percezione di Dubai come luogo sicuro, sia per gli investimenti, sia per le persone. I danni materiali sono limitati, ma quelli psicologici e reputazionali sono pesanti: molti espatriati e investitori stanno lasciando la città per tornare in Europa o spostarsi verso destinazioni più tranquille, se temporaneamente o in via definitiva resta da vedere.
Il mercato immobiliare ha perso il 20% del proprio valore in pochi giorni, con annullamenti di progetti per immobili di lusso e vendite forzate da parte di investitori stranieri. Le borse sono rimaste chiuse per giorni, i servizi tecnologici hanno subito interruzioni e i fondi speculativi sono passati ad una operatività di emergenza. Un esempio è la chiusura temporanea di Citibank, negli Emirati, con evacuazione di tre edifici a Dubai e personale che opera in remoto per ragioni di sicurezza. Similmente, HSBC ha chiuso tutte le filiali in Qatar fino a nuovo ordine. Queste misure limitano servizi bancari e accrescono il caos nei mercati energetici e dei trasporti, danneggiando l’attrattiva di Dubai per le imprese internazionali. L’economia di Dubai, che era ormai quasi indipendente dal petrolio (solo il 2% del Pil), vive di commercio, turismo e finanza, tutti settori che certamente sono danneggiati dalla situazione attuale. Per i Paesi del Golfo trovare un accordo rapido non è quindi solo una questione politica, ma anche e soprattutto di sopravvivenza economica.
Le alternative a Dubai, le nuove Svizzere asiatiche
In questo scenario, Hong Kong e Singapore si affermano invece come alternative solide. Entrambe offrono una tassazione favorevole alle imprese (tra il 16,5 e il 17%, più altre esenzioni applicabili), stabilità politica e accesso diretto ai mercati asiatici. Singapore eccelle per un ordinamento flessibile per gli investimenti stranieri e riservatezza, ideale per la gestione del patrimonio; Hong Kong, grazie ai legami con la Cina, funge da porta verso l’Asia-Pacifico. Secondo gli studi più recenti sulle destinazioni preferite dagli individui ad alto patrimonio netto, Singapore e Hong Kong offrono un livello di stabilità geopolitica e regolamentare molto alto, elementi che diversi analisti ritengono oggi più affidabili rispetto al contesto mediorientale. I capitali provenienti dall’Africa e dall’Asia si stanno già spostando verso queste due città, attratti da infrastrutture di altissimo livello e da un contesto geopolitico molto più stabile.
La crisi sta inoltre accelerando il declino del petrodollaro americano, il sistema che per decenni ha legato il commercio del petrolio alla moneta statunitense. Le interruzioni nello Stretto di Hormuz e le sanzioni sempre più severe spingono verso la fine della dipendenza dal dollaro. La Cina ha già iniziato a pagare il petrolio iraniano in RMB, mentre i Paesi BRICS sperimentano valute alternative. Se il dollaro perde il ruolo dominante di moneta di riserva, l’RMB ne trarrà grande vantaggio, rafforzando Hong Kong come principale centro offshore per le transazioni in valuta cinese. Un segnale chiaro di questo cambiamento è il forte aumento del prezzo dell’oro, che ha superato i 5.000 dollari l’oncia e secondo le previsioni raggiungerà i 5.000-6.000 entro la fine del 2026. Le banche centrali di Cina, Russia e altri Paesi stanno accumulando oro come riserva alternativa, per proteggersi dall’inflazione e dall’indebolimento delle monete.
Dubai rischia dunque di perdere terreno prezioso, mentre Singapore e Hong Kong rafforzano sempre più la loro posizione di centri finanziari affidabili e resistenti. La guerra non sta solo cambiando gli equilibri in Medio Oriente: sta ridisegnando anche i grandi flussi mondiali di ricchezza, spostandoli verso luoghi più stabili e orientati al futuro.