Economia

Guerra Iran, la nuova tensione sui prezzi mette la Bce con le spalle al muro

Il nuovo shock energetico legato alle tensioni geopolitiche in Medio Oriente rischia di riportare l’inflazione europea sopra il livello di comfort della Bce. Secondo le stime di Oxford Economics, pubblicate in un aggiornamento delle previsioni macroeconomiche, l’inflazione dell’Eurozona potrebbe salire fino al 2,3% nel 2026, ossia 0,3-0,5 punti percentuali in più rispetto alle stime precedenti.

La pressione sui prezzi arriverebbe principalmente dal lato energetico e dalle interruzioni nelle catene di approvvigionamento globali. Lo stesso studio indica che l’impatto sul potere d’acquisto delle famiglie potrebbe ridurre la crescita del Pil dell’area euro di 0,1 punti percentuali, portando l’espansione economica all’1% nel 2026.
Uno scenario più avverso – che includa gas più caro a lungo, rotte commerciali deviate e un euro più debole – potrebbe aggiungere altri 0,4 punti percentuali all’inflazione e ridurre ulteriormente la crescita allo 0,9%, delineando un rischio di tipo stagflazionistico.

Gas europeo scarso: stoccaggi al 30%

Il punto più vulnerabile dell’economia europea resta il gas. Dopo un inverno particolarmente rigido, le scorte dell’Unione europea sono scese intorno al 30% della capacità, un livello collocato nella fascia più bassa degli ultimi cinque anni, secondo Oxford Economics.
In questo contesto anche interruzioni temporanee delle forniture possono avere effetti amplificati sui prezzi. Le nuove proiezioni dell’istituto indicano un rialzo temporaneo delle materie prime energetiche con il petrolio a quasi 80 dollari al barile (valore superato nelle ultime sedute dal Brent ndr), circa 15 dollari in più rispetto allo scenario di febbraio.

Per il gas naturale l’aumento stimato è ancora più significativo: circa il 30% sopra le precedenti ipotesi. Un rincaro di questa entità, secondo le simulazioni dell’istituto, potrebbe aggiungere 0,3-0,4 punti percentuali all’inflazione annuale dell’Eurozona.
La dinamica è già visibile sui mercati: i prezzi del gas all’ingrosso sono saliti di oltre il 50% nell’ultima settimana, spinti dalla sospensione temporanea della produzione in alcuni hub globali di GNL e dalle difficoltà nei trasporti marittimi.

Rotte commerciali deviate e costi logistici in aumento

Alla tensione energetica si sommano i rischi sulle catene di approvvigionamento. Diversi grandi operatori del trasporto marittimo hanno iniziato a deviare le navi dal Mar Rosso e dal Canale di Suez, preferendo la rotta più lunga attorno al Capo di Buona Speranza, a causa dei timori di attacchi nella regione.
La deviazione comporta tempi di consegna più lunghi e costi di trasporto più elevati. Anche il traffico aereo merci è sotto pressione: diversi hub del Medio Oriente sono chiusi o fortemente limitati, complicando i collegamenti tra Asia ed Europa.
Secondo Oxford Economics, un prolungamento di queste interruzioni potrebbe far risalire l’inflazione di fondo, che misura l’aumento dei prezzi senza comprendere gli energetici e gli alimentari freschi, perché l’Europa rimane fortemente dipendente dalle catene globali. Nonostante anni di discussioni su nearshoring e friendshoring, la struttura produttiva europea continua infatti a basarsi su forniture internazionali.

Euro più debole e rincari dei carburanti

Tutto questo mentre il contesto geopolitico ha indebolito la valuta europea. L’euro è sceso da 1,18 a 1,16 dollari nel giro di poche settimane, un movimento tipico delle fasi di “risk-off” che rafforza il biglietto verde.

Il calo della valuta amplifica l’effetto inflazionistico dell’energia, perché petrolio e gas sono denominati in dollari. Gli effetti più evidenti si osservano sui carburanti: i prezzi della benzina stanno già salendo, mentre le tariffe di gas ed elettricità per i consumatori tendono ad adeguarsi con ritardo per via dei contratti a prezzo fisso.

La Bce tra prudenza e rischio di nuovi rialzi

Alla luce di questo scenario, gli economisti di Oxford Economics si chiedono come agirà la BCE. Nonostante il quadro più incerto, gli esperti ritengono improbabile un cambiamento immediato della politica monetaria. Lo scenario di base continua a prevedere tassi di riferimento stabili al 2% per tutto l’anno.
La situazione potrebbe cambiare se lo shock energetico si rivelasse persistente. In un’ipotesi di forte rincaro dell’energia accompagnato da tensioni logistiche, l’istituto stima che due rialzi da 25 punti base sarebbero sufficienti per mantenere l’inflazione di fondo in linea con le previsioni.
L’esperienza del picco inflazionistico del 2022 pesa nelle valutazioni del Consiglio direttivo: inflazione di fondo ancora sopra il target, aspettative dei prezzi più sensibili agli shock e crescita dei salari ancora sostenuta rendono la Banca centrale più incline a reagire in anticipo.
Per ora lo scenario resta aperto. Ma tra energia cara, logistica fragile e crescita moderata, l’Eurozona torna a confrontarsi con un equilibrio delicato tra stabilità dei prezzi e sostegno all’economia.