Economia

Dubai, la guerra con l’Iran scuote il più importante centro finanziario del Golfo

Per oltre quarant’anni Dubai ha venduto al mondo un mix irresistibile: skyline avveniristici, stipendi esentasse, facilità di fare impresa e, soprattutto, la promessa implicita di essere “diversa” dal resto del Medio Oriente. Le crisi regionali, dall’Iraq alla Siria, sembravano fermarsi ai suoi confini.

Oggi invece la reputazione di Dubai come porto sicuro nel cuore di una regione instabile è finita sotto pressione dopo gli attacchi sferrati dagli Stati Uniti e da Israele all’Iran e la conseguente risposta di quest’ultima proprio al simbolo dei milionari d’Occidente, colpendo infrastrutture chiave dell’emirato. Per la prima volta in decenni, l’immagine di una città impermeabile ai conflitti mediorientali è stata messa seriamente in discussione.

Dubai: da porto ad hub globale della finanza

Questa narrativa è stata alla base di una trasformazione profonda. Da modesto porto legato alla pesca e alle perle, Dubai si è reinventata come hub globale della finanza e del commercio. La nascita di Emirates nel 1985, l’apertura del Burj Al Arab nel 1999 e le riforme dei primi anni Duemila che hanno consentito agli stranieri di acquistare immobili sono stati pilastri fondamentali di quello che è diventato il “Brand Dubai”.

Situata nella parte sud-occidentale del Golfo, Dubai è oggi la città più popolosa della federazione, con circa 4 milioni di abitanti. Il suo contributo all’economia nazionale è significativo: da sola genera quasi un quarto del PIL degli Emirati, confermandosi come il vero motore della crescita del Paese.

Oggi il petrolio pesa meno del 2% del PIL dell’emirato. Il motore economico è quasi interamente non-oil: commercio, turismo, real estate di fascia alta e servizi finanziari, regolati da un impianto normativo ispirato a Londra e New York. Con la creazione del Dubai International Financial Centre nel 2004, Dubai ha attratto centinaia di banche, hedge fund e società di wealth management, diventando un polo finanziario di riferimento per Medio Oriente, Africa e Asia meridionale.

La crescita è stata alimentata anche dall’instabilità altrui. Dalla guerra civile libanese che ridimensionò il ruolo di Beirut negli anni Settanta, fino ai conflitti più recenti, Dubai ha beneficiato di ondate di capitali e talenti in fuga da crisi regionali e internazionali, compresa quella legata alla guerra in Ucraina. Nel 2024 la popolazione degli Emirati Arabi Uniti ha raggiunto circa 11 milioni di abitanti, rispetto a un milione nel 1980, mentre l’emirato si è affermato come prima destinazione mondiale per milionari in trasferimento.

Gli attacchi e l’impatto immediato

Lo scenario è cambiato bruscamente con gli attacchi iraniani, lanciati dopo le operazioni militari di Stati Uniti e Israele contro Teheran. Missili e droni hanno colpito settori nevralgici dell’economia di Dubai: l’aeroporto internazionale, un molo del porto di Jebel Ali e lo stesso Burj Al Arab, danneggiato da frammenti di intercettazione. Secondo il Ministero della Difesa degli Emirati, tre persone sono morte e 58 sono rimaste ferite.

Le autorità hanno assicurato che la situazione è sotto controllo, ma l’impatto psicologico è stato evidente: residenti in cerca di rifugi sotterranei, scaffali svuotati nei supermercati, spazi aerei chiusi e decine di migliaia di persone bloccate nel Paese.

Per la prima volta, le borse di Abu Dhabi e Dubai sono rimaste chiuse per due giorni consecutivi, una decisione senza precedenti. A complicare il quadro, alcuni disservizi tecnologici legati a infrastrutture cloud hanno rallentato parte delle operazioni bancarie.

Secondo diversi analisti, il danno più rilevante non è tanto materiale quanto reputazionale. Il modello economico di Dubai si fonda sulla percezione di stabilità in un contesto regionale fragile. Se questa percezione viene meno, anche temporaneamente, il rischio è quello di una riallocazione dei capitali verso altre piazze. Il Golfo è sempre stato considerato relativamente al riparo da ritorsioni dirette dell’Iran. Tuttavia, la vicinanza geografica e la presenza dello Stretto di Hormuz – da cui transita circa un quinto del greggio mondiale trasportato via mare – rappresentano vulnerabilità strutturali difficili da ignorare.

Alcune società di investimento locali avrebbero già avviato piani cautelativi, congelando nuove raccolte e valutando riduzioni di personale. La domanda di lingotti d’oro è aumentata sensibilmente, mentre banche private internazionali stanno riconsiderando l’ampiezza delle loro operazioni nell’emirato. L’ipotesi di servire i clienti da altre giurisdizioni, almeno temporaneamente, è tornata sul tavolo.

Resilienza o cambio di paradigma?

Non mancano però voci più caute. In passato, gli Emirati hanno dimostrato una notevole capacità di reazione durante le crisi, dalla pandemia di Covid-19 agli shock petroliferi, grazie a politiche rapide e a una governance percepita come efficiente.

Al momento non ci sono dati su eventuali deflussi di capitali. Molto dipenderà dalla durata e dall’intensità del conflitto. Se le tensioni dovessero rientrare rapidamente, l’episodio potrebbe essere archiviato come una parentesi drammatica ma isolata. Se invece il confronto si prolungasse, la ricerca di alternative da parte di investitori e multinazionali potrebbe intensificarsi.

Per Dubai, la sfida è cruciale: dimostrare che la propria attrattività non è legata solo all’assenza di conflitti, ma a fondamentali economici solidi e a una capacità strutturale di gestione delle crisi. In gioco non c’è soltanto la ripresa post-attacchi, ma la credibilità di un modello che ha fatto della stabilità il suo principale asset competitivo.