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Un altro avvio in rosso per le Borse europee, reduci da una giornata di forti vendite costata complessivamente 314 miliardi di euro di capitalizzazione (ieri Milano ha lasciato sul terreno l’1,97%, bruciando da sola 17 miliardi). Nelle battute, oggi, il Ftse Mib perde il 2%. In territorio negativo anche Parigi (-1,75%) e Francoforte (-2,14%). Sul fronte dei titoli, in un mercato dominato dalle vendite, spicca il rimbalzo di Lottomatica, che si porta in vetta al listino con un progresso del 5% dopo la diffusione dei risultati 2025 Continuano, seppur con minore intensità rispetto all’apertura e alla seduta precedente, gli acquisti su Leonardo (+0,6%), sostenuta anche dalla revisione al rialzo del target price da parte di Citi, portato a 60 euro dai precedenti 48,40. Prevalgono invece le vendite nel comparto bancario, con Mediobanca maglia nera tra i finanziari (-3,65%). In coda al listino scivolano Unipol (-4,4%) e Prysmian (-3,8%).
Il clima resta dominato dall’incertezza geopolitica: l’ampliarsi del conflitto tra Stati Uniti, Israele e Iran continua a pesare sul sentiment degli investitori, che temono un’escalation prolungata con ripercussioni sulle catene di approvvigionamento energetico globali.
A sostenere parzialmente il morale dei mercati è stato solo il recupero finale di Wall Street, che ha chiuso vicino alla parità dopo una seduta volatile. Ma la stabilizzazione americana non è bastata a rassicurare l’Europa, che guarda con crescente preoccupazione all’andamento del petrolio e alla durata delle ostilità.
Asia in caduta: Tokyo -3%, Seul -7,24%
La scia negativa arriva dall’Asia. La Borsa di Tokyo ha terminato le contrattazioni con il Nikkei in calo del 3,06% a 56.279,05 punti, dopo il -1,35% della vigilia. Il Topix è sceso del 3,24% a 3.772,17 punti. Vendite concentrate sui grandi esportatori, con Toyota in flessione del 6,1%.
Ancora più marcata la correzione a Seul, che, riaperta dopo una festività, ha lasciato sul terreno il 7,24%. Sydney ha ceduto l’1,34%, Hong Kong circa l’1% e Shanghai l’1,4%.
A dominare è la modalità “risk-off”: gli investitori riducono l’esposizione agli asset più rischiosi e si riposizionano su beni rifugio, mentre cresce il timore di uno shock energetico globale.
Petrolio in rally: occhi sullo Stretto di Hormuz
Il mercato dell’energia è il principale termometro della tensione. Il future sul Brent per maggio sale del 3,22% a 80,25 dollari al barile, mentre il Wti avanza del 2,56% a 73,05 dollari.
Lunedì il Brent ha toccato un picco intraday del +13%, spingendosi fino a 82,37 dollari, massimo da gennaio 2025, per poi ridimensionare il rialzo in area +7%. Secondo alcune case d’investimento, in uno scenario di conflitto prolungato il barile potrebbe rapidamente avvicinarsi a quota 100 dollari. Bernstein ha già rivisto al rialzo le stime per il 2026 da 65 a 80 dollari, ipotizzando in uno scenario estremo un range compreso tra 120 e 150 dollari.
Il focus è sullo Stretto di Hormuz, snodo cruciale attraverso cui transita tra il 20% e il 30% dell’offerta mondiale di petrolio e gas. Un comandante dei Pasdaran avrebbe annunciato la chiusura del passaggio e minacciato attacchi alle navi in transito. Un’eventuale interruzione stabile rappresenterebbe uno shock senza precedenti per i mercati energetici.
Prosegue senza sosta anche la corsa del gas naturale europeo, alimentata dallo stop alla produzione di Gnl in Qatar dopo i danni causati da droni iraniani a un impianto e dai crescenti timori di ulteriori interruzioni lungo le principali rotte energetiche. Anche questa mattina le quotazioni sulla piattaforma Ttf di Amsterdam segnano un balzo del 17,5% a 52,335 euro al megawattora, riportandosi sui massimi da gennaio 2025.
La seduta di lunedì è stata caratterizzata da un’elevata volatilità: i prezzi hanno toccato punte di rialzo fino al 50%, arrivando a 49,14 euro, per poi chiudere in progresso del 40% a 44,7 euro al megawattora, sui livelli più alti da oltre un anno.
Inflazione e crescita sotto osservazione
L’escalation militare entra nel quarto giorno senza una chiara prospettiva di soluzione. I vertici militari statunitensi hanno annunciato l’invio di ulteriori forze nell’area, mentre il presidente Donald Trump ha indicato una durata stimata delle operazioni tra quattro e cinque settimane, pur ammettendo che potrebbero protrarsi “molto più a lungo”.
Il rischio di blocchi agli approvvigionamenti energetici riporta in primo piano lo spettro dell’inflazione. Un petrolio stabilmente sopra gli 80-90 dollari rischia di trasmettersi ai prezzi finali di carburanti e trasporti, complicando il percorso delle banche centrali e rallentando la ripresa globale.
L’Unione europea ha chiesto una de-escalation e “massima moderazione”, sottolineando la necessità di proteggere le vite civili. Ma per ora i mercati restano dominati dall’incertezza. E finché il fronte mediorientale non mostrerà segnali concreti di distensione, la volatilità sembra destinata a rimanere la cifra dominante delle prossime settimane.
Giovanni De Mare, Country Head Italia di AllianceBernstein spiega a questo proposito:
“Quanto accaduto negli ultimi giorni rappresenta una significativa escalation delle tensioni in Medio Oriente le cui conseguenze, geopolitiche e macroeconomiche, al momento sono difficilmente prevedibili. Sebbene nel breve termine i mercati azionari siano destinati a rimanere volatili, la nostra analisi storica suggerisce che la maggior parte dei conflitti militari tende ad avere un impatto limitato sui rendimenti azionari nel lungo periodo. Ciò è avvenuto anche nel caso della prima e della seconda guerra statunitense in Iraq (1990 e 2003), conflitti di maggiore portata sin dall’inizio e caratterizzati dall’impiego di forze terrestri da parte degli Stati Uniti per il raggiungimento degli obiettivi militari. Per ora, anche le reazioni dei mercati obbligazionari globali sono state contenute. I rendimenti dei Treasury USA a 10 anni erano in calo già prima del fine settimana, passando da circa il 4,3% a inizio febbraio a circa il 3,9% venerdì. La prima risposta allo scoppio delle ostilità è stata un lieve aumento dei rendimenti; tuttavia, qualora il contesto “risk-off” dovesse persistere, il prossimo movimento potrebbe essere al ribasso”.
Anche per Michaël Lok, Group CIO and Co-CEO Asset Management di UBP gli shock petroliferi hanno effetti di breve durata sui mercati azionari, a meno che non provochino uno shock persistente della domanda o una crisi di liquidità.
“Poiché gli indici azionari, in particolare quelli non statunitensi, rimangono vicini ai massimi storici e appaiono vulnerabili alle prese di profitto, stiamo gestendo il potenziale rischio di turbolenze di mercato e proteggendo la performance positiva dall’inizio dell’anno coprendo tatticamente la nostra esposizione tramite opzioni. Inoltre, stiamo aggiornando la nostra view sul settore energetico mantenendo un orientamento neutrale fino a quando non si dissolverà la minaccia immediata di uno shock dell’offerta”.