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I prezzi del greggio aprono la settimana con un balzo superiore all’8% in scia all’escalation militare tra Stati Uniti e Iran, che alimenta i timori di una grave interruzione dell’offerta globale. Il contratto sul WTI statunitense è salito di oltre 5,55 dollari (+8%) a 72,57 dollari al barile alle 18:41 (ora della costa Est), mentre il benchmark globale Brent crude ha guadagnato circa 6,54 dollari (+9%) attestandosi a 79,41 dollari. Questo, nonostante l’Opec+ abbia concordato domenica di aumentare la produzione di 206.000 barili al giorno a partire da aprile, un incremento che rappresenta meno dello 0,2% della domanda globale.
A innescare la corsa è stata la massiccia ondata di raid aerei lanciati da Washington e Tel Aviv contro l’Iran, che secondo le ricostruzioni avrebbe provocato la morte della Guida Suprema Ali Khamenei e di altri alti funzionari della Repubblica islamica. L’incertezza sulla futura leadership del quarto produttore dell’Opec aggiunge un ulteriore elemento di instabilità a un mercato già scosso.
Il nodo Hormuz
Gli operatori guardano ora allo Stretto di Hormuz, la più importante rotta strategica per il trasporto marittimo di greggio, da sempre evocata da Teheran come leva negoziale nei momenti di massima tensione geopolitica. Il corridoio marittimo collega il Golfo ai mercati di Asia, Europa e Nord America ed è stato definito dalla Energy Information Administration “uno dei più rilevanti colli di bottiglia petroliferi al mondo”.
L’andamento dei prezzi dipenderà dalla durata e dall’entità delle eventuali interruzioni del traffico nello stretto. Nel 2025 vi sono transitati in media oltre 14 milioni di barili al giorno, pari a circa un terzo delle esportazioni globali via mare. Se si considera il totale dei consumi, attraverso Hormuz passa circa un quinto del petrolio utilizzato ogni giorno a livello mondiale, per una media stimata attorno ai 20 milioni di barili. Secondo Kpler, circa tre quarti di questi flussi prendono la via dell’Asia — in particolare Cina, India, Giappone e Corea del Sud — e oltre l’80% del petrolio e del gas che attraversano il braccio di mare è destinato ai mercati asiatici.
Non solo greggio. Anche il gas naturale liquefatto è fortemente esposto: nel 2024 circa un quinto del commercio globale di Gnl ha attraversato Hormuz, in larga parte proveniente dal Qatar. Una chiusura avrebbe quindi ripercussioni immediate non soltanto sul petrolio, ma anche sugli equilibri del mercato del gas.
“Riteniamo che la velocità della ripresa del traffico attraverso Hormuz e l’entità di un’eventuale ritorsione iraniana saranno determinanti per il prezzo del petrolio nei prossimi giorni”, hanno scritto in una nota domenicale gli analisti di UBS guidati da Henri Patricot.
Un assaggio della tensione si sarebbe già visto nelle ultime ore. Secondo la società di consulenza energetica Rystad Energy, il traffico delle petroliere si sarebbe di fatto bloccato, con le compagnie di navigazione impegnate ad adottare misure precauzionali.
“Le petroliere stanno iniziando ad accumularsi allo Stretto di Hormuz, ma al momento nulla sembra transitare: gli armatori sono chiaramente spaventati”, ha osservato Matt Smith, analista di Kpler.
Le prime stime parlano di centinaia di navi cisterna e metaniere ferme ai lati dello stretto, mentre alcune grandi compagnie del trasporto container valutano deviazioni alternative dal Golfo.
Chi rischia di più
Oltre agli Stati Uniti, tra i Paesi potenzialmente più penalizzati da una chiusura prolungata figura la Cina, primo sbocco delle esportazioni energetiche iraniane. Ma anche per l’Iran lo stretto rappresenta un passaggio vitale: un blocco totale finirebbe per colpire in modo diretto le entrate petrolifere di Teheran. Non a caso diversi analisti hanno definito l’ipotesi di una chiusura prolungata un vero e proprio azzardo strategico, se non un “suicidio economico” per la Repubblica islamica.
Dal 1979 a oggi Teheran ha minacciato in circa venti occasioni di interrompere i transiti, a partire dagli anni della guerra con l’Iraq (1980-1988). Le tensioni si sono fatte più frequenti dopo la crisi finanziaria del 2008, con un picco tra il 2018 e il 2022, quando l’Iran ha colpito — direttamente o tramite milizie alleate in Iraq e Yemen — interessi petroliferi occidentali negli Emirati Arabi Uniti e al largo di Abu Dhabi. Un precedente che oggi torna a pesare sulle valutazioni di rischio degli operatori.
Intanto, il presidente Donald Trump ha dichiarato che le operazioni militari proseguiranno finché non saranno raggiunti tutti gli obiettivi americani, pur lasciando aperto uno spiraglio negoziale. “Vogliono parlare e ho accettato di parlare, quindi parlerò con loro”, ha affermato in un’intervista a The Atlantic, aggiungendo a CNBC che le operazioni militari sono “in anticipo rispetto alla tabella di marcia”.
Le dichiarazioni della Casa Bianca alimentano uno scenario binario per il mercato: da un lato la possibilità di una de-escalation che eviti uno shock prolungato dell’offerta; dall’altro il rischio di un conflitto esteso capace di comprimere in modo significativo i flussi energetici mediorientali.
Brent verso quota 100 (o oltre)
In uno scenario di ulteriore deterioramento della sicurezza nell’area, il Brent potrebbe spingersi fino a 100 dollari al barile, secondo gli analisti di Barclays. In caso di interruzione materiale e prolungata delle forniture, i prezzi spot potrebbero addirittura superare quota 120 dollari, avverte UBS.
“È estremamente incerto come andrà a finire, ma nel frattempo il mercato petrolifero dovrà confrontarsi con i suoi peggiori timori”, ha scritto Amarpreet Singh di Barclays in una nota ai clienti. “L’effetto potenziale sui mercati del greggio è difficile da sopravvalutare”.
A complicare il quadro pesa anche il possibile crollo dell’export iraniano, tra incertezza politica a Teheran, tensioni interne e scioperi nelle regioni e nei porti petroliferi. L’Iran produce circa 3,3 milioni di barili al giorno: un eventuale stop prolungato rappresenterebbe uno shock rilevante per l’equilibrio tra domanda e offerta in un mercato già teso.
“È presto per parlare di inversione definitiva, ma il livello dei 70 dollari é cruciale per il trend di lungo periodo, pertanto ora il petrolio diventa uno degli asset da monitorare con forte attenzione per via anche della sua forte influenza sull’inflazione globale. Un suo rialzo potrebbe portare ad un nuovo aumento dei prezzi che avrebbe un’influenza molto importante su tutta l’economia globale” scrive David Pascucci, Market Analyst di Xtb. “Un rialzo del prezzo del petrolio porta infatti ad un aumento delle transazioni commerciali, dei prezzi dei beni e dei prodotti finali e infine si scarica sui consumatori con un aumento generalizzato dei prezzi, una condizione che metterebbe pressione ad un consumatore giá alle prese con prezzi alti dal post-covid. La dinamica tecnica del petrolio era giá sulla via del rialzo, ma servono tuttora conferme dal punto di vista tecnico in quanto abbiamo un trend ribassista in atto dal 2022 e una salita del genere come quella di oggi non basta da sola a confermare un rialzo di lungo termine. Inoltre gli aggiornamenti della situazione bellica potrebbero essere determinanti sui movimenti di breve, pertanto la volatilità attesa è molto alta e questo mercato potrebbe essere soggetto a forti oscillazioni. Ricordiamo inoltre che il petrolio è salito dai minimi del 2025 di oltre il 30%, il pericolo maggiore di questo rialzo dei prezzi é la sua influenza futura sull’inflazione globale”.