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Un pezzo di storia della finanza italiana si avvia alla trasformazione. Mediobanca, nata ottant’anni fa per mano di Enrico Cuccia e simbolo del cosiddetto “salotto buono”, si prepara a uscire dalla Borsa per entrare pienamente nel gruppo Banca Monte dei Paschi di Siena.
Il consiglio di amministrazione di Mps, guidato da Nicola Maione, ha approvato all’unanimità la fusione per incorporazione, che porterà al delisting di Mediobanca da Piazza Affari. Dopo l’Opas avviata a gennaio 2025, questa mossa segna un passaggio storico e ridefinisce gli equilibri nel panorama bancario italiano.
Mediobanca diventa società non quotata
L’operazione prevede che Mediobanca venga incorporata in Mps e rinasca come società interamente controllata dal Monte, non quotata, con un focus su corporate & investment banking e private banking di fascia alta. All’interno della nuova struttura sarà mantenuta la partecipazione del 13,2% in Assicurazioni Generali. Con oltre l’86% del capitale già in mano a Siena, il percorso appare chiaro. Il gruppo integrato affianca la componente retail e commerciale del Monte a una merchant bank rivolta a imprese, operazioni straordinarie e grandi patrimoni, conservando brand e competenze storiche. L’obiettivo dichiarato è massimizzare le sinergie industriali e la redditività complessiva.
I dettagli saranno presentati il 27 febbraio dall’amministratore delegato Luigi Lovaglio, con le sinergie stimate intorno ai 700 milioni di euro, cifra che il management ritiene potenzialmente superiore. Con oltre l’86% dei voti in mano a Siena, il via libera assembleare sembra già scontato. Sul mercato si parla di una possibile Opa residuale per raggiungere il 100% del capitale.
La quota del 13,2% in Generali resta un pilastro della nuova struttura, rafforzando indirettamente l’influenza di Mps sul Leone di Trieste. Gli equilibri futuri dovranno tenere conto del nuovo asse Mps-Mediobanca e della compagine azionaria di Siena, che include Delfin (circa 17,5%), Francesco Gaetano Caltagirone (oltre l’11%) e il Ministero dell’Economia e delle Finanze come azionista pubblico di riferimento.
La reazione del mercato
La Borsa ha accolto positivamente la notizia: Mediobanca ha registrato un rialzo del 7% a 19,43 euro, Mps ha guadagnato oltre il 2% a 8,599 euro, mentre Generali ha chiuso a +0,1% a 35,72 euro. Gli investitori interpretano il delisting come un’opportunità di premio sul flottante residuo e guardano con attenzione al valore strategico della quota Generali, che capitalizza oltre 55 miliardi di euro e distribuirà dividendi cumulati per 7 miliardi entro il 2027.
Cosa pensano gli analisti
Gli esperti accolgono con favore la creazione del polo Mps-Mediobanca. Intermonte osserva che il delisting era previsto e aumenta la visibilità sulle sinergie da 700 milioni, sfruttando anche i benefici fiscali. Deutsche Bank stima che la fusione potrebbe portare un aumento del Cet1 di Mps di 50-60 punti base, senza impatti significativi sull’utile per azione, e che il pieno controllo di Mediobanca genererà vantaggi concreti, semplificando la struttura del gruppo e rendendo più trasparente la relazione tra performance del Private Banking e redditività complessiva.
Equita sottolinea che l’integrazione completa riduce i rischi operativi e rafforza il capitale, con un Cet1 superiore al 16,5%. Una volta integrata al 100%, Mps potrebbe avvicinarsi a un utile netto adjusted di circa 3 miliardi di euro entro il 2028.
I numeri di partenza dell’operazione: la view di Excellence Consulting
Numeri alla mano, secondo un’analisi di Excellence Consulting, che ha valutato le implicazioni e le incognite dell’operazione, oggi la capitalizzazione del gruppo Banca Monte dei Paschi di Siena supera i 26,2 miliardi di euro. Nel valore è già inclusa la quota di Mediobanca detenuta dall’istituto senese, che ha in portafoglio oltre l’86% del capitale. Rimane quindi sul mercato una quota intorno al 14%, destinata – secondo quanto stabilito dal cda – a essere oggetto di un’Opa residuale.
L’esborso necessario per completare l’acquisizione totale è stimato tra 2,2 e 2,5 miliardi di euro. Il nodo centrale per gli investitori è chiaro: l’acquisto del flottante genererà valore sufficiente a giustificare l’investimento aggiuntivo?
Le sinergie: cosa è realistico attendersi
Secondo l’analisi, il management di Mps ha indicato sinergie annue complessive per 700 milioni di euro, suddivise tra maggiori ricavi (300 milioni), risparmi di costo (300 milioni) e benefici sul funding (100 milioni). Tuttavia, guardando alle principali operazioni bancarie europee – come l’integrazione tra BNP Paribas e Fortis – i parametri medi suggeriscono maggiore prudenza. In genere, le sinergie di costo si collocano tra il 10% e il 20% delle spese operative complessive, mentre quelle sui ricavi difficilmente rappresentano più del 30% del totale delle sinergie stimate. Anche le valutazioni post-fusione raramente superano multipli di 1,2 volte il patrimonio netto tangibile nelle integrazioni più profonde.
Secondo Excellence Consulting, in uno scenario conservativo potrebbero concretizzarsi soprattutto le sinergie di costo, per circa 300 milioni a regime. Nell’arco del triennio 2026-2028, il beneficio cumulato potrebbe arrivare a 750 milioni. Le sinergie di ricavo sono invece più difficili da quantificare: l’operazione non introduce nuove linee di business, ma punta piuttosto a valorizzare fabbriche prodotto interne e competenze già esistenti. In assenza di un forte impulso al cross selling, le stime sui ricavi incrementali restano incerte.
L’impatto nel wealth management
Infine, dice l’analisi, va considerato anche il contesto competitivo, in particolare nel wealth management. Il delisting potrebbe comportare l’uscita di private banker e professionisti del corporate e investment banking, con il rischio di perdita di relazioni e competenze chiave. Sul fronte del funding, inoltre, resta da capire come il mercato valuterà l’operazione nel medio periodo e quali effetti potrà avere sul rating e sul costo della raccolta.
“Tra i driver strategici dell’operazione – afferma Maurizio Primanni, ceo del Gruppo Excellence – figurano la diversificazione del modello di business – con l’integrazione tra retail banking e investment banking/wealth management – il rafforzamento sistemico e la stabilizzazione di MPS. Permangono tuttavia rischi: un’integrazione culturale e operativa complessa, l’eventuale aumento del costo del capitale, l’impatto di una governance articolata, l’incertezza regolamentare legata alla vigilanza europea, il premio richiesto dagli azionisti di Mediobanca e il rischio di perdita di competenze e asset”. “Dal punto di vista strategico – spiega ancora Primanni – l’operazione ha una sua coerenza: oltre ad aumentare la scala dimensionale di MPS, integrare retail banking e investment banking può rafforzare il posizionamento competitivo e contribuire alla stabilizzazione definitiva della banca. Tuttavia, queste operazioni si giudicano sulla capacità concreta di realizzare le sinergie promesse agli azionisti in un contesto di governance chiaro e di collaborazione tra le diverse business unit.”