Mercati

Bitcoin delude come bene rifugio: perché l’oro vince nelle fasi di crisi

Di fronte all’intensificarsi delle tensioni geopolitiche — dalle minacce di dazi di Donald Trump ai Paesi Nato nel contesto della disputa sulla Groenlandia, fino alle speculazioni su possibili scenari militari nell’Artico — la divergenza tra oro e Bitcoin è tornata a essere evidente.

Dal 18 gennaio la principale criptovaluta ha perso circa il 6,6%, mentre il metallo giallo ha continuato a rafforzarsi, aggiornando i massimi storici in area 5.000 dollari l’oncia. Un divario che riaccende il dibattito: Bitcoin è davvero un “oro digitale” o resta, almeno per ora, un asset a rischio?

Le ragioni dietro il divario oro-bitcoin

Da anni Bitcoin viene raccontato come una riserva di valore alternativa, capace di proteggere i portafogli nelle fasi di stress sistemico. Tuttavia, come osservato anche recentemente da diversi analisti, il problema non è la narrativa, ma il comportamento effettivo nei momenti critici.

Nel 2025, in più di un’occasione, la criptovaluta ha continuato a muoversi in modo correlato agli asset rischiosi, soffrendo durante i ribassi azionari. Un punto sottolineato anche da Nate Geraci, presidente di NovaDius Wealth Management, intervenuto su CNBC, secondo cui “il verdetto sul ruolo di Bitcoin come riserva di valore è ancora aperto”.

“Il suo track record è misto”, osserva Geraci. In alcune fasi di tensione — come il cosiddetto tariff tantrum di aprile, innescato dall’annuncio di nuovi dazi globali — Bitcoin ha mostrato una certa resilienza. In altre, più recenti, ha invece amplificato le perdite del mercato azionario, cedendo più del Nasdaq e delle big tech.

“Il Bitcoin è diventato un bancomat durante i momenti di panico” ha detto Greg Cipolaro, Global Head of Research di NYDIG in una nota ripresa da CoinDesk, spiegando che il motivo risiede nella diversa dinamica di portafoglio in fasi di stress. Bitcoin, con il suo trading h24, la sua elevata liquidità, si presta a essere liquidato rapidamente per generare cassa. L’oro, al contrario, pur meno accessibile, tende a essere mantenuto: i grandi detentori non lo vendono, creando una domanda strutturale solida.

“In periodi di stress, prevale la preferenza per la liquidità. Ciò penalizza il Bitcoin più dell’oro”, scrive Cipolaro. “Nonostante la sua liquidità relativa, Bitcoin resta volatile e viene venduto per forza per ridurre la leva finanziaria, e rendere meno rischioso il portafoglioL’oro, al contrario, continua a funzionare come un vero “pozzo di liquidità”: viene detenuto, non scaricato”.

Il ruolo dei grandi investitori

A rafforzare il divario contribuisce anche il comportamento dei grandi detentori. Le banche centrali stanno acquistando oro a livelli record, creando una domanda strutturale di lungo periodo. Sul fronte opposto, i dati on-chain indicano che i detentori di lungo periodo di Bitcoin stanno vendendo. Alla base del disallineamento c’è anche la diversa percezione del rischio. Le tensioni attuali vengono interpretate dai mercati come episodiche: dazi, minacce politiche, shock di breve periodo. È esattamente il tipo di contesto in cui l’oro ha storicamente svolto al meglio il proprio ruolo di copertura.

Bitcoin, invece, risponde meglio a rischi di lungo periodo, come la svalutazione delle valute, l’eccesso di debito sovrano o un’erosione graduale della fiducia nei sistemi monetari.

“L’oro eccelle nei momenti di perdita immediata di fiducia, rischio bellico e svalutazione monetaria che non comportano una rottura sistemica completa”, spiega Cipolaro. “Bitcoin è più adatto a coprire il disordine monetario e geopolitico di lungo periodo, che si sviluppa nell’arco di anni, non di settimane”.

Finché i mercati continueranno a percepire i rischi attuali come seri ma non strutturali, conclude l’analisi, l’oro resterà il bene rifugio preferito, mentre Bitcoin dovrà ancora dimostrare di meritare pienamente l’etichetta di “oro digitale”.

Il fattore tempo

A offrire una chiave di lettura complementare sull’attuale fase correttiva di Bitcoin è James Butterfill, Head of Research di CoinShares, principale società europea di investimento specializzata in asset digitali. Secondo l’analista, pur non aderendo pienamente alla teoria del cosiddetto ciclo quadriennale delle criptovalute, è innegabile che questa narrazione abbia finito per autoalimentarsi, contribuendo in parte alla contrazione in corso.

Butterfill sottolinea inoltre come, in presenza di tensioni geopolitiche, Bitcoin tenda a reagire inizialmente in modo sfavorevole, riflettendo l’avversione al rischio degli investitori, per poi cercare un punto di equilibrio una volta che il contesto si chiarisce. “Anche in questa fase – osserva – ci aspettiamo una dinamica simile: una pressione nel breve termine, seguita da una possibile fase di stabilizzazione e recupero, legata alle specifiche caratteristiche dello shock in atto”.

In definitiva, il confronto con l’oro resta impietoso, ma forse prematuro. Come ricorda Geraci, Bitcoin ha poco più di quindici anni di storia, contro i millenni del metallo giallo. “È ancora nella sua adolescenza”, osserva, e deve dimostrare nel tempo di poter assolvere con continuità al ruolo di riserva di valore.

A quanto ammontano i deflussi

Un segnale ulteriore della fragilità del sentiment arriva dai flussi sugli strumenti di investimento in asset digitali. Secondo i dati di CoinShares, su fonte Bloomberg, nella settimana al 23 gennaio 2026 il settore ha registrato deflussi per 1,73 miliardi di dollari, i più consistenti dalla metà di novembre, in un contesto paragonabile alle fasi recessive dei mercati finanziari.

A pesare sono stati il ridimensionamento delle attese sui tagli dei tassi, il deterioramento del momentum delle valutazioni e la delusione per l’esclusione delle criptovalute dal cosiddetto debasement trade. I deflussi si sono concentrati quasi interamente sugli Stati Uniti, mentre alcuni mercati europei — come Svizzera e Germania — hanno colto la debolezza dei prezzi come un’opportunità tattica. Bitcoin ha guidato le uscite con oltre 1 miliardo di dollari, seguito da Ethereum e XRP, confermando come, nelle attuali condizioni di incertezza, gli asset digitali continuino a essere trattati più come strumenti di rischio che come beni rifugio consolidati.