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FED non toccherà i tassi: cosa aspettarsi dalla riunione di domani

Nonostante l’escalation delle pressioni politiche del presidente Usa Donald Trump, la Federal Reserve dovrebbe mantenere invariati i tassi di interesse al 3,75% nella riunione di politica monetaria di questa settimana. È la lettura condivisa da analisti e operatori, rafforzata dalle indicazioni che arrivano dai futures sui Fed funds: secondo il FedWatch del CME Group, la probabilità di un taglio è prossima allo zero.

Attese sui tassi: pausa prolungata

La due giorni di riunione del FOMC, in partenza oggi martedì 27, si concluderà domani con la diffusione della decisione sui tassi alle 14:00 di Washington (20:00 ore italiane), seguita mezz’ora dopo dalla conferenza stampa di Jerome Powell.

Lo scenario base resta quello di tassi fermi, intorno al 3,6%, dopo i tre tagli da 25 punti base effettuati lo scorso anno. Powell ha ribadito a dicembre che la Fed è “ben posizionata per attendere e osservare l’evoluzione dell’economia” prima di nuove mosse.

Come sottolinea Filippo Diodovich, Senior Market Strategist di IG Italia, “più del cosa fa la Fed, in questa fase conta il “cosa lascia intendere”. Anche con tassi invariati, minime variazioni nel linguaggio dello statement possono spostare le aspettative su inflazione e crescita, con effetti su curva dei rendimenti, dollaro e mercati azionari.

Sullo sfondo un mercato del lavoro che mostra segnali contrastanti: il tasso di disoccupazione è leggermente sceso a dicembre, le richieste di sussidi restano storicamente basse e non emergono segnali di un’ondata di licenziamenti. Allo stesso tempo, l’inflazione rimane superiore all’obiettivo e, secondo la misura preferita dalla Fed, è risalita al 2,8% annuo in novembre, dal 2,6% dell’anno precedente. In questo contesto, spiegano molti economisti, un nuovo taglio difficilmente arriverà prima di alcuni mesi, a meno di un peggioramento evidente del mercato del lavoro.

Un ulteriore elemento a favore della cautela è la dinamica della crescita. L’economia americana è cresciuta a un ritmo annuo del 4,4% nel terzo trimestre del 2025 e potrebbe aver mantenuto un passo simile anche nell’ultimo scorcio dell’anno.
Se questa traiettoria dovesse proseguire, la Fed avrebbe pochi incentivi ad accelerare un nuovo ciclo di allentamento.

A questo proposito Paolo Zanghieri Senior Economist di Generali Asset Management,  spiega che le proiezioni del gruppo restano costruttiva sulla crescita degli USA e coerente con l’ipotesi di un unico ulteriore taglio dei tassi nel 2026, che porterebbe il tasso di riferimento nell’intervallo 3,25–3,5%

Trump vs Powell

La decisione, se confermata, difficilmente placherà le critiche di Trump, che negli ultimi giorni ha ulteriormente irrigidito il confronto con la banca centrale e con il suo presidente, Jerome Powell. La scorsa settimana, intervenendo al World Economic Forum di Davos, il presidente ha rilanciato gli attacchi a Powell, sostenendo in un’intervista a CNBC di aver ristretto “a uno, forse due” i nomi dei possibili successori alla guida della Fed. Secondo indiscrezioni, la preferenza andrebbe a una figura più incline a tagli dei tassi rapidi e aggressivi.

Trump ha ribadito che l’inflazione è stata ormai “sconfitta” e ha più volte accusato la Fed di mantenere il costo del denaro troppo elevato, penalizzando famiglie e imprese americane rispetto ai Paesi con tassi più bassi. Un messaggio politico chiaro, che però si scontra con la valutazione tecnica del FOMC.

A rendere il quadro ancora più complesso pesa l’indagine del Dipartimento di Giustizia su Powell, legata a presunte irregolarità nella testimonianza resa al Congresso su una ristrutturazione edilizia da 2,5 miliardi di dollari. È la prima volta nella storia che un presidente della Fed in carica viene coinvolto in un’indagine di questo tipo.

Powell ha parlato apertamente di “pretesti” per punire la Fed per non aver tagliato i tassi quanto richiesto dal presidente.

“Sarà sotto ancora più pressione per ribadire che ogni decisione è guidata solo dall’economia, non dalla politica”, osserva Claudia Sahm, ex economista della Fed e oggi chief economist di New Century Advisors.

Michael Gapen, capo economista Usa di Morgan Stanley ed ex funzionario della banca centrale, sottolinea però che, nonostante il rumore politico, “le riunioni del FOMC seguono un processo regolare, fatto di presentazioni e discussioni tecniche. Gli attacchi esterni difficilmente entrano nel merito del dibattito interno”.

Il nodo della successione

Oltre alla politica monetaria, l’inizio del 2026 pone la Fed di fronte a un tema ancora più delicato: la successione alla presidenza. Come osserva Eric Winograd, Chief US economist di AllianceBernstein, la questione dell’indipendenza della banca centrale è ormai centrale nel confronto istituzionale.

La Corte Suprema ha recentemente esaminato il caso Trump vs. Cook, relativo al tentativo del presidente di rimuovere la governatrice Lisa Cook. L’orientamento prevalente dei giudici sembra quello di lasciarla in carica, rafforzando l’idea di una tutela specifica per la Fed rispetto ad altre agenzie indipendenti.

Parallelamente, però, l’amministrazione continua a valutare azioni legali contro Powell, alimentando un’escalation senza precedenti. Il mandato di Powell come Chair scade a maggio e Trump ha già chiarito di non volerlo riconfermare. Restano aperti diversi scenari: Powell potrebbe restare come governatore fino al 2028 oppure dimettersi, aprendo spazi per nuove nomine.

Secondo Winograd, è probabile che il prossimo presidente della Fed venga scelto per occupare un seggio già vacante nel Board. Tra i nomi circolati figurano Kevin Hassett, Kevin Warsh, Rick Rieder e l’attuale governatore Christopher Waller. Il profilo ideale per Trump dovrebbe essere al tempo stesso leale, favorevole a tassi più bassi e capace di rassicurare i mercati sull’indipendenza della Fed: una combinazione difficile da trovare.