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Donald Trump passa all’attacco di JPMorgan Chase e del suo amministratore delegato Jamie Dimon. Ieri, giovedì 22 gennaio, il presidente degli Stati Uniti ha presentato una causa civile presso il tribunale statale della Florida, nella contea di Miami-Dade, chiedendo almeno 5 miliardi di dollari di risarcimento per debanking politico, ovvero la chiusura dei conti bancari a lui intestati e a diverse entità riconducibili al Trump Organization, avvenuta all’inizio del 2021. Si tratta in altre parole di un’operazione che si effettua quando si ritiene che i titolari dei conti rappresentino un rischio finanziario, legale o reputazionale per l’istituto bancario.
La causa di Trump si inserisce in un contesto politico e regolamentare già teso. Durante il suo secondo mandato, Trump ha intensificato gli attacchi contro le grandi banche di Wall Street, prendendo di mira anche altri istituti come Bank of America e proponendo misure controverse, tra cui un tetto del 10% ai tassi delle carte di credito. Proposte che Dimon ha definito un potenziale “disastro economico”.
Cosa dice il ricorso
Secondo l’atto di citazione, la decisione della maggiore banca americana sarebbe stata dettata da “motivazioni politiche”, maturate all’indomani dell’assalto al Congresso del 6 gennaio 2021 da parte di sostenitori di Trump e dell’uscita di scena dell’allora presidente dalla Casa Bianca dopo la certificazione della vittoria elettorale di Joe Biden. Una scelta che, a detta dei ricorrenti, avrebbe violato gli obblighi di correttezza contrattuale e arrecato un grave danno reputazionale ed economico.
“Non avrebbe dovuto farlo. È profondamente sbagliato. Jamie Dimon non è autorizzato a fare ciò che ha fatto”
ha dichiarato Trump ai giornalisti in Svizzera, riferendosi direttamente a Dimon, poche ore dopo il deposito della causa.
Parole che rafforzano la linea difensiva dell’ex presidente, secondo cui JPMorgan avrebbe deciso di “prendere le distanze” dalle sue posizioni politiche conservatrici nel momento in cui “la marea politica” sembrava favorire tale scelta.
La causa sostiene che Trump e le sue società fossero clienti della banca da decenni e che JPMorgan non abbia mai fornito spiegazioni chiare e formali sulle ragioni della chiusura dei conti. Solo successivamente, si legge nell’atto, i ricorrenti avrebbero appreso di essere stati esclusi dai servizi bancari per una presunta discriminazione politica nei confronti di Trump, della sua famiglia e delle sue attività imprenditoriali.
L’accusa della “blacklist”
Tra i passaggi più controversi del ricorso figura l’accusa secondo cui JPMorgan, “su indicazione di Dimon”, avrebbe inserito Trump e le entità a lui collegate in una sorta di “blacklist” accessibile ad altre banche regolamentate a livello federale. Un elenco che, secondo la denuncia, raccoglierebbe soggetti considerati non conformi alle regole bancarie o coinvolti in comportamenti illeciti. Un’accusa respinta implicitamente dalla banca e non accompagnata, nel testo della causa, da elementi concreti.
I ricorrenti sostengono inoltre di aver sempre rispettato le normative bancarie e di aver subito un danno reputazionale significativo, costringendoli a contattare altri istituti per riallocare fondi e rapporti finanziari, con l’ombra persistente del “debanking”.
JPMorgan: “Nessuna discriminazione politica”
La risposta di JPMorgan non si è fatta attendere a lungo.
“Pur dispiacendoci che il presidente Trump ci abbia citato in giudizio, riteniamo che la causa sia priva di fondamento”, ha dichiarato a CNBC la portavoce Patricia Wexler. “Non chiudiamo conti per ragioni politiche o religiose. Lo facciamo quando riteniamo che vi siano rischi legali o regolamentari per la banca”.
Secondo l’istituto, le decisioni contestate sarebbero state imposte da un quadro normativo e di vigilanza sempre più stringente, che costringe le banche a interrompere rapporti considerati potenzialmente rischiosi, spesso senza poter fornire spiegazioni dettagliate ai clienti. JPMorgan ha inoltre sottolineato di aver chiesto, sia all’attuale amministrazione sia a quelle precedenti, una revisione delle regole che alimentano queste situazioni, sostenendo gli sforzi per evitare una “strumentalizzazione del sistema bancario”.