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Fed: Dimon entra nel risiko successione, sostegno a Kevin Warsh

All’interno della rosa dei candidati indicati da Donald Trump per la guida della Federal Reserve — l’ex governatore Kevin Warsh e l’attuale direttore del Consiglio Economico Nazionale Kevin Hassett — entra ora anche la voce di Jamie Dimon. Secondo il Financial Times, il CEO di JPMorgan avrebbe segnalato il proprio sostegno a Warsh, economista e banchiere statunitense, noto soprattutto per essere stato membro del Board della Federal Reserve. Lo rivela il Financial Times, citando un intervento di Dimon nel corso di una conferenza privata della banca dedicata ai vertici dell’asset management, tenutasi giovedì scorso a New York.

Un segnale politicamente e finanziariamente rilevante perché arriva da una delle voci più ascoltate di Wall Street in un momento di transizione cruciale per la politica monetaria statunitense, con la Casa Bianca apertamente critica nei confronti dell’attuale governance della Fed e con i mercati che scommettono su una nuova fase di allentamento dei tassi.

La corsa alla successione di Powell

Le dichiarazioni attribuite a Dimon si inseriscono in un contesto già fortemente polarizzato. Nella stessa giornata, il presidente Donald Trump ha dichiarato di essere orientato a scegliere tra due nomi per la guida della Federal Reserve a partire dal prossimo anno: Kevin Warsh, ex governatore della Fed durante la crisi finanziaria globale, e Kevin Hassett, attuale direttore del National Economic Council.

Secondo quanto riportato dal Financial Times, Dimon avrebbe indicato Warsh come il profilo più adatto a guidare la banca centrale nel medio-lungo periodo, mentre avrebbe descritto Hassett come il candidato più propenso a un taglio dei tassi nel breve termine. Una distinzione che riflette due approcci differenti alla politica monetaria: più istituzionale e orientato alla stabilità il primo, più sensibile alle esigenze congiunturali e politiche il secondo.

Va ricordato che il tema della successione della banca centrale Usa si intreccia con le crescenti tensioni tra la Casa Bianca e l’attuale presidente della Federal Reserve, Jerome Powell. Trump ha più volte criticato la banca centrale per non aver proceduto a riduzioni “aggressive” dei tassi di interesse, accusandola di frenare la crescita economica.
Interpellato dai giornalisti nello Studio Ovale, il presidente ha ribadito di ritenere legittimo, se non necessario, che la Casa Bianca venga quantomeno consultata sulle decisioni di politica monetaria. Una presa di posizione che riaccende il dibattito sull’indipendenza della Fed, principio cardine dell’architettura istituzionale statunitense e fattore chiave della credibilità del dollaro sui mercati internazionali.

Il segnale dei mercati e la mossa della Fed

Sul fronte operativo, la Federal Reserve ha intanto avviato un primo, cauto aggiustamento della propria linea. Mercoledì il Federal Open Market Committee ha deciso un taglio dei tassi di 25 punti base, una mossa ampiamente attesa dai mercati ma interpretata come un segnale di prudenza più che di svolta.
Proprio questa gradualità è al centro del confronto politico ed economico. Da un lato, l’amministrazione Trump spinge per una politica monetaria più espansiva a sostegno della crescita e dei mercati finanziari; dall’altro, una parte dell’establishment finanziario teme che interventi troppo rapidi possano alimentare squilibri inflazionistici e minare la credibilità dell’istituzione.

Warsh e Hassett: due visioni a confronto

Kevin Warsh, già membro del board della Fed dal 2006 al 2011, è considerato un profilo vicino ai mercati ma attento all’indipendenza della banca centrale. La sua esperienza durante la crisi dei mutui subprime lo rende, agli occhi di molti operatori, una figura rassicurante in una fase di possibile rallentamento globale.
Kevin Hassett, economista di formazione e uomo chiave delle politiche economiche di Trump, rappresenta invece una scelta più marcatamente politica. La sua vicinanza alla Casa Bianca e la sua apertura a politiche monetarie accomodanti lo rendono il candidato preferito da chi auspica una rapida riduzione del costo del denaro.

Il peso delle parole di Dimon

Che Jamie Dimon intervenga, seppur indirettamente, nel dibattito sulla guida della Fed non è un fatto neutro. Da anni il numero uno di JPMorgan è considerato una sorta di “barometro” del pensiero di Wall Street, capace di influenzare sia le aspettative dei mercati sia il confronto politico a Washington.

Il suo appoggio a Warsh viene letto dagli analisti come un segnale di continuità istituzionale e di difesa dell’autonomia della banca centrale, in un momento in cui l’equilibrio tra politica e politica monetaria appare più fragile che mai.
Resta ora da capire se e in che misura queste prese di posizione incideranno sulla decisione finale della Casa Bianca. Una scelta che, al di là dei nomi, avrà effetti diretti sulla traiettoria dei tassi, sul dollaro e sulla fiducia degli investitori globali.