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È servito un voto notturno della Camera e la firma personale del presidente Donald Trump per porre fine al più lungo shutdown della storia degli Stati Uniti. Dopo 43 giorni di paralisi amministrativa, con oltre un milione di dipendenti federali senza stipendio e servizi pubblici ridotti all’osso, il governo americano torna operativo.
Il provvedimento, approvato alla Camera con 222 voti favorevoli e 209 contrari, è stato firmato nella tarda serata di mercoledì nello Studio Ovale, alla presenza dello Speaker repubblicano Mike Johnson e dei leader del partito.
“I Democratici hanno cercato di ricattare il Paese”, ha dichiarato Trump durante la cerimonia. “Le persone hanno sofferto troppo. Non possiamo permettere che accada di nuovo”.
Una tregua fino a fine gennaio
La misura garantisce i fondi necessari al funzionamento del governo fino al 30 gennaio 2026, ma non risolve i nodi strutturali che hanno portato allo stallo. In particolare, rimane aperta la questione dei sussidi sanitari legati all’Affordable Care Act, che i Democratici volevano prolungare oltre la fine dell’anno.
Il mancato accordo su questo punto ha alimentato la contrarietà dell’opposizione: quasi tutti i deputati democratici hanno votato contro il pacchetto, eccezion fatta per sei esponenti moderati.
“Non dobbiamo trasformare questa Camera in un timbro cerimoniale di un’amministrazione che toglie cibo ai bambini e assistenza sanitaria alle famiglie”, ha dichiarato Mikie Sherrill, deputata del New Jersey e prossima governatrice dello Stato, nel suo ultimo intervento in Aula.
Un costo economico e politico
Secondo le stime di diversi economisti, le sei settimane di blocco avrebbero sottratto oltre un decimo di punto percentuale al Pil statunitense per ogni settimana di chiusura, con un danno complessivo parzialmente recuperabile nei prossimi mesi. Ma gli effetti sui servizi pubblici sono stati tangibili: aeroporti rallentati, sospensione dei programmi di assistenza alimentare e interruzione della raccolta dei dati economici federali.
Il ritorno alla normalità consentirà la ripresa dei lavori di controllo del traffico aereo in vista del ponte del Thanksgiving e la riattivazione dei flussi statistici su occupazione, inflazione e consumi. Tuttavia, la Casa Bianca ha già avvertito che alcuni dati di ottobre — tra cui l’indice dei prezzi al consumo — potrebbero non essere mai pubblicati.
Una vittoria a metà
Sul piano politico, la chiusura si conclude senza un vincitore netto. Un sondaggio Reuters/Ipsos diffuso mercoledì mostra un Paese diviso: il 50% degli americani attribuisce la responsabilità dello shutdown ai Repubblicani, il 47% ai Democratici.
Il voto della Camera è arrivato dopo settimane di tensioni e di scambi polemici tra i due partiti, acuite dal recente rilascio di nuovi documenti legati al caso Epstein, tema che rischia di tornare al centro del dibattito parlamentare nelle prossime settimane.
Per il momento, l’amministrazione Trump può però rivendicare di aver riaperto il governo e riportato al lavoro centinaia di migliaia di dipendenti pubblici.
“Questo non è un modo di gestire un Paese”, ha detto il presidente. “Ma almeno ora possiamo ripartire”.
Gli effetti sui mercati
Positiva la reazione dei mercati alla fine dello shutdown. Intorno alle 10, il FTSE MIB segna +0,45% proseguendo in territorio positivo con l’indice che ieri ha toccato i massimi da gennaio 2001, oltre quota 45mila punti. Sono in buon progresso anche le altre Piazze europee, con l’eccezione di Londra, che si muove all’insegna della debolezza. Bene anche l’Asia con Tokyo che ha chiuso in rialzo dello 0,43%.
“Gli investitori hanno ragione a credere che abbiamo evitato per un pelo la catastrofe”, anche in vista della stagione natalizia, cruciale per sostenere i consumi” hanno detto gli analisti di Lpl Financial.
Per gli analisti, la chiusura del governo ha avuto un impatto contenuto sui mercati finanziari, pur alimentando volatilità nelle ultime settimane. Secondo Flora Dishnica di Pictet Asset Management, il blocco amministrativo ha contribuito a un clima di incertezza nel credito privato, aggravato dal default di due società del settore auto, ma la riapertura del governo dovrebbe consentire un recupero quasi completo dell’attività economica.
Nel frattempo, i rendimenti dei Treasury sono risaliti ai livelli di settembre, sostenuti da un orientamento più rigoroso della Federal Reserve, mentre il dollaro si è rafforzato. Gli operatori restano concentrati sulle prossime mosse di politica monetaria:
“La crescita statunitense rimane attorno al potenziale, ma la Fed dovrà bilanciare cautela e credibilità – osserva Dishnica –. La composizione futura del board sarà decisiva per capire se l’istituto manterrà una linea ortodossa o più accomodante nel 2026.”
I mercati azionari continuano a essere trainati dal comparto tecnologico, che resta il principale motore di crescita e di utili per Wall Street. In prospettiva, l’esperta invita tuttavia alla prudenza tattica:
“Le valutazioni restano elevate e il contesto di transizione politica e monetaria potrebbe introdurre nuova volatilità nei prossimi mesi.”