Il tramonto su New York è preannunciato dai segni di una tempesta sui mercati. Il vento, la bufera, la discesa dei listini e di alcuni titoli in particolare, nascono soprattutto per i conti di Jefferies Bank, importante banca d’affari a stelle e strisce. Jefferies ha riportato una perdita di 715 milioni di dollari, a sua volta dovuta al fallimento di First Brands Group, azienda che, fondata poco più di 10 anni fa, era diventata leader nella produzione di componenti per auto. First Brands ha appena dichiarato bancarotta, con debiti che superano i 10 miliardi di dollari. Ma in tanti sospettano che possano essere molti di più. Gli investitori sono con il fiato sospeso. Jefferies Financial Group è una banca attiva soprattutto in investment banking, capital and credit markets. Nonostante la perdita dichiarata, i vertici dell’istituto hanno confermato la solvibilità della banca stessa e la solidità dei conti.
Proprio in queste ore difficili il gruppo giapponese Sumitomo Mitsui ha aumentato la sua quota in Jefferies fino al 20%, rafforzando la loro partnership con la banca, e puntellandone i bilanci. Ma allora perché la mozione di sfiducia da parte del sistema? Perchè qualcuno pensa che il caso Jefferies -First Brands possa non essere un caso isolato? È la reazione emotiva del mercato che spesso amplifica ogni segnale di vulnerabilità? Oppure una perdita così importante riaccende i timori di contagi, soprattutto tra le banche regionali, che sono più esposte e meno diversificate rispetto ai grandi istituti. È un riflesso di paura, o una vera crisi strutturale?
Gli analisti parlano di una crisi di fiducia, e temono una tempesta che ricorda gli echi del 2008. Hanno ragione loro o stanno vivendo timori eccessivi? Si potrebbero prendere misure speciali in una situazione che, invece potrebbe già essere nell’archivio alle nostre spalle. Per avere le idee più chiare basterà, comunque, aspettare i mercati. La reale situazione americana verrà valutata dall’unico giudice incontrastato di queste vertenze finanziarie: il mercato. Vedremo anche che risposte, con che velocità e se necessarie, il governo americano saprà dare per fornire serenità ai listini ed in particolare modo agli investitori che ieri hanno chiuso le contrattazioni in una condizione di forte nervosismo. A tutto ciò che stiamo raccontando dobbiamo aggiungere il contesto geopolitico che incide enormemente sulla fiducia dei mercati. Quando ci sono tensioni globali, ogni fragilità finanziaria viene amplificata.
Le dichiarazioni di Trump aggiungono incertezza e spingono gli investitori a essere più cauti, creando un effetto domino che va oltre il singolo caso di Jefferies. Sappiamo benissimo che, se volessero i mercati avrebbero decine di scuse per invertire una rotta di crescita che, tra una pausa e l’altra, dura ormai dalla crisi del 2008. Forse ne avrebbero anche voglia. Tuttavia, anche gridare “al lupo al lupo” ogni volta che accade qualcosa c’è il rischio di creare false mitologie che inserite in orizzonti fallaci. C’è una regola aurea da seguire: scegliere le giuste allocazioni di investimento, diversificate e correttamente allineate al tempo dell’investimento stesso. Un tempo che può diventare il nostro più grande alleato o il nostro peggior nemico.