Ieri a Bruxelles il Parlamento europeo ha votato per rinviare al “Tribunale di giustizia dell’UE” la ratifica dell’accordo commerciale con il Mercosur, mettendo temporaneamente in stand-by uno dei più grandi patti di libero scambio al mondo.
Qualche minuto dopo a Davos Trump ha fatto marcia indietro sui dazi, minacciando “di ricordarsi” di chi gli dovesse mettere i bastoni tra le ruote sulla vertenza relativa alla Groenlandia.
Abbiamo sentito tutto l’ascoltabile, relativamente a Trump, abbiamo saputo poco o nulla di ciò che è accaduto al Mercosur. Mettiamo un pò d’ordine allora.
Il Mercosur è un’intesa negoziata per oltre 25 anni tra Unione europea e blocco sudamericano (Argentina, Brasile, Paraguay e Uruguay, in ultimo si è aggiunta anche la Bolivia), che aveva l’intento di eliminare oltre il 90 % dei dazi e creare una delle più vaste zone di libero commercio globali. Stiamo parlando, di quasi 750 milioni di persone, e di un quarto del PIL mondiale.
Il rinvio — deciso per motivi giuridici e ambientali — può tradursi in un ritardo di molti mesi, se non anni, prima che l’accordo possa essere applicato pienamente.
L’accordo Mercosur-UE, firmato formalmente pochi giorni fa ad Asunción, era stato interpretato da Bruxelles anche come una mossa geopolitica per diversificare i partner commerciali dell’Unione in un mondo segnato dalle politiche protezionistiche statunitensi e dalla competizione globale.
Così, il rinvio a Bruxelles non è un semplice contrattempo legale, ma riflette una tensione interna all’Unione su come posizionarsi rispetto agli Stati Uniti di Trump — che stanno adottando tattiche aggressive per indirizzare flussi di merci e condizioni commerciali a proprio vantaggio. La discussione su Mercosur è stata influenzata dal contesto più ampio di frizioni con Washington, accentuate dal discorso di Trump a Davos.
La contemporaneità di Bruxelles e Davos non è un semplice fatto di calendario. È un segnale di come l’ordine commerciale globale stia subendo tensioni senza precedenti. Il commercio — da sempre linguaggio neutro del capitalismo — appare oggi intrappolato nelle dinamiche politiche dei grandi attori globali:
- Trump usa retorica e minacce tariffarie per negoziare vantaggi geopolitici.
- L’Unione europea cerca di consolidare relazioni di lunga durata con importanti partner extra-UE (Mercosur), pur tra divisioni interne.
- Il blocco commerciale Mercosur rappresenta per Bruxelles una strategia di diversificazione, ma anche un banco di prova per la coesione interna dell’UE.
Se l’accordo Mercosur diventasse operativo, i benefici settoriali sarebbero evidenti:
- automotive e componentistica: abbattimento dei dazi e nuove catene di fornitura;
- macchinari industriali: forte domanda infrastrutturale sudamericana;
- chimica e farmaceutica: accesso a mercati regolatori in evoluzione;
- energia e materie prime: sicurezza degli approvvigionamenti.
Sul lato opposto, il discorso di Trump a Davos pesa come un’ombra su:
- acciaio e alluminio;
- agroalimentare europeo;
- beni di consumo ad alto valore aggiunto, storicamente esposti a ritorsioni tariffarie.
Mercosur a Bruxelles e Trump a Davos non sono eventi scollegati. Sono due facce della stessa transizione: il passaggio da un ordine commerciale basato su regole condivise a uno fondato su rapporti di forza negoziati caso per caso.
Il fatto che proprio ora l’Europa rallenti, rinvii, problematizzi l’accordo manda un segnale chiaro:
l’Unione non è ancora pronta a sostenere fino in fondo una scelta che potrebbe irrigidire il rapporto con gli Stati Uniti.
La decisione su Mercosur non dice tanto cosa l’Europa pensa del Sud America.
Dice quanto l’Europa si senta oggi libera – o meno – nei confronti degli Stati Uniti.
E la risposta, per ora, è chiara:
l’Europa vuole autonomia, ma non è ancora disposta a pagarne interamente il prezzo geopolitico.
Non è una resa.
È una fase di transizione.
Ma nei mercati – e nella storia – le transizioni hanno sempre un costo.