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La moneta è vecchia quanto il mondo anche se i libri di storia la fanno risalire al 600 avanti Cristo grazie alle scoperte archeologiche nel sito di Efeso, nella Turchia occidentale. Prima di allora, raccontano gli storici della preistoria, gli scambi venivano regolati con il baratto, con metalli preziosi grezzi, anche con rudimentali “pagherò”.
Ora possiamo considerare la moneta come una delle più importanti invenzioni dell’umanità. Dall’espansione dell’Impero romano alla globalizzazione, la moneta ha permesso di moltiplicare gli scambi e di sollecitare le innovazioni, ma, ahimè, anche di finanziare le guerre e aprire le porte alle speculazioni finanziarie.
“Homo sine pecunia imago mortis” dice un proverbio latino per commiserare la povertà e implicitamente per esaltare la ricchezza, una ricchezza che, come diceva Woody Allen, anche se non garantisce la felicità è certamente meglio della povertà.
Lo sappiamo tutti che il denaro è solo una rappresentazione: un biglietto da 50 euro non varrebbe la carta su cui è stampato se non ci fosse all’origine la fiducia verso la Banca centrale che lo ha messo sul mercato. E sappiamo altrettanto bene che il sistema capitalistico non starebbe in piedi se insieme e prima dei capitali non ci fosse la volontà e il lavoro delle persone. Perché, come diceva Adam Smith nella “Ricchezza delle nazioni”: “Soltanto il lavoro è la sola, ultima e reale misura mediante la quale il valore di tutte le merci può in ogni tempo e luogo essere stimato e paragonato: il lavoro è il loro prezzo reale, la moneta è solo il prezzo nominale”.
Detto questo resta il fatto che il denaro, non solo in senso nominale, ma nella sua consistenza reale in monete e banconote, è amato e desiderato. Come insegnano i manuali di economia il denaro è un indicatore di valore, è un mezzo di scambio, è uno strumento fondamentale per il risparmio e gli investimenti.
Il denaro sarà sempre con noi. E non ci sarà nessuna moneta digitale a decretarne la fine. E’ stata forse questa la preoccupazione della Banca centrale europea che all’inizio dell’autunno si è sentita ingenuamente di lanciare un richiamo perché si abbia cura di avere sempre qualche soldo in tasca o nel cassetto. Si indica una modica quantità, abbastanza per le spese di tre giorni (72 ore), nell’eventualità di qualche piccola o grande emergenza, come un blackout che mettesse fuori gioco bancomat e pos. Sperando, tuttavia, di potersi muovere e trovare aperti negozi e supermarket
In Italia non c’è una tradizione a sollecitare scorte di emergenza. La Svizzera ha un proprio dipartimento, l’Ufficio federale per la protezione della popolazione (OFPP), che lancia campagne informative e fornisce indicazioni sulle scorte private sufficienti almeno per una settimana,: non solo qualche franco, ma anche riso, pasta, olio, frutta secca e cibi in scatola, raccomandando di tenere a portata di mano anche un apriscatole. Senza dimenticare una radio a batterie da controllare periodicamente.
C’è chi ha visto dietro il richiamo della Bce la volontà di rassicurare sul fatto che monete e banconote continueranno ad avere un futuro. Ma la sfida tra la moneta di carta e quella virtuale non sarà come quella tra le carrozze a cavalli e le automobili. Se è vero che l’euro digitale entrerà a pieno regime nel 2029, è altrettanto vero che i soldi non perderanno le caratteristiche che li hanno tenuti a galla per tanti secoli.
Il denaro contante ha tanti pregi: è tangibile, è facile da usare e da capire, è anonimo, garantisce la privacy, favorisce l’inclusione di chi ha qualche difficoltà con il digitale. Ha un suo fascino anche al di là della sensazione di ricchezza. Certo, come tutte le monete ha due facce: le cronache riportano spesso di furti, rapine, falsificazioni. Tenere il denaro sotto il materasso non aiuta il sonno e può richiamare i topi. E i contanti facilitano l’evasione fiscale, il lavoro in nero e quel riciclaggio di denaro che è indispensabile alla criminalità. Ma anche sulle autostrade informatiche si possono trovare hacker più o meno sofisticati. Un giusto equilibrio tra reale e virtuale è quindi indispensabile.
Per queste ragioni il denaro, che in fondo è un segno di libertà, sarà sempre con noi. Magari fisicamente in quantità limitata come vogliono le regole della prudenza del buon padre di famiglia. E consolandoci con la saggezza latina delle Odi di Orazio dove si dice chiaramente: ”Crescentem sequitur cura pecuniam” ovvero “Le preoccupazioni aumentano con l’aumentare delle ricchezze”.
Ben vengano quindi i richiami della Bce. Aspettando, come promesso, un euro digitale con standard aperti, sicurezza, privacy e interoperabilità, favorendo servizi di pagamento innovativi e inclusivi, speriamo anche facili. Ma nessun vorrà rinunciare a un po’ di “argent de poche” e non solo in vista di sfortunati momenti di emergenza, ma anche per qualche opera buona, per una piccola o grande elemosina.
Senza dimenticare che, come dicono nel Veneto: “I schèi no i ga ganbe ma i core”. I soldi non hanno gambe ma corrono. Senza soldi, concreti o virtuali, la ruota dell’economia non può girare. Ma continuando a credere che il denaro sia uno strumento e non un fine. Come dire: si guadagna per vivere, non si vive per guadagnare.