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Continua la fase di debolezza del dollaro con l’euro che ne approfitta per portarsi fino 1,1845 dollari, un massimo che non si vedeva da circa quattro anni. La divisa americana cede terreno anche nei confronti della sterlina e del dollaro australiano, mentre gli investitori consolidano le scommesse su un taglio dei tassi di interesse da parte della Federal Reserve, già oggi.
“L’attenzione rimane sulla riunione della Fed”, osserva Mohit Kumar, strategist di Jefferies. Il punto chiave sarà il tono del presidente Jerome Powell in conferenza stampa: “Se Powell porrà maggiormente l’accento sui rischi di inflazione o sull’incertezza che circonda le prospettive di crescita e di inflazione, potremmo vedere il mercato ridurre le aspettative di un taglio dei tassi”.
Crescono i dubbi degli investitori
Al di là dei movimenti di breve periodo, il sentimento sul dollaro resta fragile. Un sondaggio pubblicato da Bank of America evidenzia come a settembre la quota di gestori che considera il dollaro sopravvalutato sia salita al livello più alto degli ultimi tre mesi. Ben il 49% degli investitori ritiene che la valuta Usa sia eccessivamente forte, in aumento rispetto al 44% del mese precedente.
Non solo: il sondaggio segnala che molti gestori continuano a mantenere una posizione underweight sul dollaro, aspettandosi che la divisa americana sottoperformerà nei prossimi mesi. Si tratta di un’indicazione importante, che riflette non solo l’attesa di una svolta più accomodante della Fed, ma anche la crescente percezione che il biglietto verde stia vivendo una fase di sopravvalutazione rispetto ai fondamentali economici.
La lettura di Pictet
Sul medio periodo, tuttavia, la traiettoria del dollaro non appare univoca. In una recente analisi, il team Multi Asset Euro di Pictet Asset Management sottolinea che “il dollaro statunitense è la valuta dominante nel sistema finanziario globale” grazie alle dimensioni e alla stabilità dell’economia americana e al ruolo centrale che il biglietto verde riveste nel commercio e nella finanza mondiale.
Secondo Pictet, la posizione del dollaro resta solida perché è la principale valuta di riserva, di pagamento e di finanziamento. Tuttavia, si registra una graduale erosione: “solamente la percentuale di dollari utilizzata come riserva è diminuita nel tempo, passando dal 71% del 2000 al 57% del 2024”, in gran parte per effetto del crescente peso del renminbi cinese, del dollaro australiano e del canadese.
Crepe nel sistema
Al di là delle riserve, gli altri indicatori mostrano un quadro diverso: la quota di pagamenti globali in dollari è salita dal 46% del 2022 al 49% nel 2024, mentre il debito denominato in dollari è tornato ai massimi dal 2008, attestandosi al 47%. «Nel medio periodo è difficile immaginare che il dollaro possa perdere il ruolo di valuta di riserva», scrive Pictet, ricordando che l’unica alternativa credibile è l’euro, ma con limiti strutturali difficili da superare, mentre il renminbi resta penalizzato dai controlli sui capitali.
Le minacce di lungo periodo
La recente svalutazione del dollaro, iniziata nell’aprile 2025, non ha coinciso con un calo netto dell’esposizione da parte dei fondi globali, segnale che gli operatori restano ancora legati al biglietto verde. Eppure, il quadro non è privo di rischi: l’uso unilaterale delle sanzioni americane, l’aumento del debito pubblico e la polarizzazione politica interna possono ridurre la fiducia nella valuta.
“Nonostante le minacce emergenti alla posizione dominante del dollaro, è improbabile che queste possano agire nel breve termine”, osserva Pictet.
Ma sul lungo periodo le spinte alla dedollarizzazione, soprattutto dai Paesi BRICS e dalla Cina, restano un fronte da monitorare. La creazione di infrastrutture finanziarie alternative e la costruzione di fiducia internazionale richiederanno tempo, ma la tendenza è ormai visibile.
Tra Fed e mercati, l’ora della verità
La settimana segna dunque un passaggio chiave per il biglietto verde. Da un lato, i dati mostrano una valuta sotto pressione, con l’euro ai massimi pluriennali e gli investitori sempre più convinti della sua sopravvalutazione. Dall’altro, le analisi di lungo periodo indicano che il ruolo dominante del dollaro resta ben saldo, anche se non immune da sfide.
Molto dipenderà dal tono di Jerome Powell e dalle prossime mosse della Federal Reserve. Un taglio dei tassi più deciso da parte di Washington potrebbe accelerare l’indebolimento del biglietto verde, alimentando ulteriormente i flussi verso l’euro e le altre principali valute. Ma una comunicazione prudente, incentrata sui rischi inflazionistici e sulla resilienza dell’economia americana, potrebbe rallentare questa dinamica.