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Fari sulla FED: oggi la banca centrale Usa tornerà a tagliare i tassi

Dopo nove mesi di pausa, la Federal Reserve sembra pronta ad abbassare il costo del denaro negli Usa già oggi alle 20 ora italiana. Al di là della decisione odierna, resta aperta la questione del ritmo dei tagli successivi. Un approccio graduale permetterebbe alla Fed di calibrare le mosse in base ai dati macro, evitando di alimentare nuove tensioni inflazionistiche.

Le attese del mercato

Le attese del mercato sono ormai consolidate: secondo il CME FedWatch, vi è oltre il 90% di probabilità di un taglio di 25 punti base, che porterebbe il tasso sui Fed funds dal corridoio attuale 4,25%-4,50% a 4,00%-4,25%. Non è tuttavia da escludere un intervento più aggressivo, da 50 punti base, ipotesi più volte sollecitata dallo stesso presidente statunitense Donald Trump. Contestualmente, la Federal Reserve diffonderà l’aggiornamento delle proprie stime macroeconomiche.

L’attenzione degli investitori si concentrerà poi sulla conferenza stampa di Jerome Powell, prevista alle 20:30, per cogliere eventuali segnali sull’equilibrio che la banca centrale intende perseguire tra stabilità dei prezzi e sostegno all’occupazione.

Intanto, un sondaggio condotto da Bloomberg mostra che la mediana degli economisti interpellati si attende due riduzioni del costo del denaro entro la fine del 2025.

Il dilemma di Powell: occupazione contro inflazione

Il quadro macroeconomico sembra imporre una revisione della strategia finora adottata dalla banca centrale Usa. Se l’inflazione resta ancora sopra il target del 2% ‒ con l’indice core fermo al 3,1% ad agosto ‒ la dinamica del mercato del lavoro appare sempre più fragile: solo 22 mila posti creati il mese scorso, tasso di disoccupazione salito al 4,3% e pesanti revisioni al ribasso dei dati precedenti.

Di fronte a questi dati, la banca centrale statunitense si trova di fronte a un bivio complesso. Da un lato, il mandato di stabilità dei prezzi suggerirebbe cautela, anche perché i dazi introdotti dall’amministrazione Trump continuano ad alimentare pressioni inflazionistiche.

Dall’altro, la missione di garantire “piena occupazione” richiede un segnale deciso di sostegno all’economia.
A Jackson Hole, a fine agosto, il presidente Jerome Powell ha riconosciuto che “i rischi per l’occupazione stanno aumentando” e che le condizioni economiche potrebbero presto “giustificare tassi più bassi”. Parole lette dal mercato come un’apertura esplicita al cambio di rotta.

Le divisioni interne al FOMC

La decisione di settembre potrebbe tuttavia non essere unanime. Alcuni membri, come i governatori Waller e Bowman, avevano già spinto a luglio per un allentamento anticipato e potrebbero ora sostenere un taglio di 50 punti base. Nuove tensioni potrebbero emergere anche dalla possibile partecipazione di Stephen Miran, in via di conferma al Senato, vicino alle posizioni della Casa Bianca.
Secondo gli analisti, non si può escludere che si registrino dissensi su entrambi i fronti: da chi chiede tagli più rapidi a chi preferirebbe ancora attendere. Sarebbe la prima volta dal 2019 che il FOMC mostrerebbe divisioni interne così marcate.

Fed verso il 3% entro marzo 2026?

Tra le case di investimento, ING ha delineato uno scenario particolarmente espansivo. Gli economisti James Knightley, Padhraic Garvey e Chris Turner si aspettano un primo taglio di 25 punti base a settembre, seguito da ulteriori mosse a ottobre, dicembre, gennaio e marzo. In totale, fino a 125 punti base di riduzione, che porterebbero il tasso obiettivo in area 3,00%-3,25%.

Secondo ING, “il mercato del lavoro è il punto di fragilità più evidente”: il Beige Book della Fed ha confermato stagnazione dei consumi e assenza di nuove assunzioni in 11 dei 12 distretti. Le pressioni inflazionistiche, pur persistenti, sarebbero destinate a ridursi nel medio termine, mentre la debolezza della domanda interna imporrà un sostegno più deciso.

Sul fronte obbligazionario, ING prevede una maggiore volatilità della curva: il rendimento del Treasury a 2 anni già incorpora aspettative di tagli consistenti, mentre il decennale potrebbe oscillare tra il 3,25% e il 4,25% nei prossimi mesi. Sul mercato valutario, il ciclo di easing dovrebbe favorire un graduale indebolimento del dollaro, con EUR/USD visto a 1,20 entro fine anno.

Anche Morgan Stanley si schiera tra chi prevede un ciclo prolungato di allentamento. Gli economisti della banca stimano che la Federal Reserve procederà con quattro tagli consecutivi dei tassi di interesse a partire dalla prossima settimana. Una previsione in netto contrasto con le attese formulate solo pochi mesi fa: ad aprile, subito dopo l’annuncio dei maxi-dazi da parte del presidente Trump alla Casa Bianca, Morgan Stanley aveva escluso tagli per il 2025, temendo effetti persistenti delle tariffe sui prezzi.