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Il presidente degli Stati Uniti Donald Trump ha rilanciato un vecchio dibattito che ciclicamente torna a far discutere mercati e investitori: le aziende dovrebbero continuare a pubblicare i conti ogni tre mesi, oppure sarebbe meglio passare a una rendicontazione semestrale?
In un post su Truth Social, Trump ha suggerito che l’obbligo delle trimestrali potrebbe essere sostituito da un sistema più “leggero”, con comunicazioni solo due volte l’anno. L’idea, ha precisato, resterebbe comunque “soggetta all’approvazione della SEC”, l’autorità americana che vigila sui mercati finanziari. Secondo il presidente, una simile modifica “farebbe risparmiare denaro e permetterebbe ai manager di concentrarsi sul buon governo delle proprie aziende, invece di inseguire i numeri ogni tre mesi”.
Con il suo stile diretto, Trump ha aggiunto: “Avete mai sentito dire che la Cina pianifica la gestione delle aziende con una prospettiva di 50 o 100 anni, mentre noi le guidiamo con la mentalità del trimestre? Non va bene!”.
Trimestrali: cosa prevede oggi la legge
Attualmente, negli Stati Uniti le società quotate hanno l’obbligo di pubblicare i risultati ogni trimestre, mentre fornire previsioni sugli utili futuri è facoltativo. Cambiare questa regola richiederebbe un intervento diretto della SEC, la Consob americana o un provvedimento del Congresso.
Va detto però che, al di là delle dichiarazioni di Trump, la Cina non è affatto più “rilassata” su questo fronte. Al contrario, le aziende cinesi sono tenute a presentare report trimestrali, semestrali e annuali, con obblighi che in alcuni casi risultano persino più stringenti rispetto a quelli americani. Diversa la situazione a Hong Kong, dove le società quotate pubblicano i conti solo due volte l’anno.
Il confronto con Europa e Regno Unito
Se la proposta di Trump dovesse diventare realtà, gli Stati Uniti si allineerebbero a quanto già avviene nel Regno Unito e nell’Unione Europea. Qui le società devono per legge pubblicare i dati semestrali, ma restano libere di diffondere aggiornamenti trimestrali se lo ritengono opportuno.
Il dibattito non è nuovo. Già nel 2018 Warren Buffett, numero uno di Berkshire Hathaway, e Jamie Dimon, amministratore delegato di JPMorgan Chase, avevano firmato insieme un editoriale sul Wall Street Journal per invitare a rivedere la prassi delle trimestrali. Allora non si parlava di abolirle del tutto, ma almeno di rinunciare alla “guidance” trimestrale, cioè alle previsioni sugli utili che spesso creano pressioni eccessive sul management.
Anche alcuni grandi investitori si sono schierati a favore di una rendicontazione meno frequente. All’inizio del 2025, il fondo sovrano norvegese – il più grande al mondo – ha proposto di passare ai report semestrali, sostenendo che un orizzonte temporale più lungo aiuterebbe le aziende a focalizzarsi sulla strategia e sugli obiettivi di medio periodo, senza l’ansia del risultato immediato.
La discussione, quindi, non è solo tecnica ma culturale: conviene davvero avere aggiornamenti trimestrali, che garantiscono trasparenza ma rischiano di alimentare la “tirannia del breve termine”? Oppure è meglio ridurre la frequenza dei report, lasciando alle imprese più spazio per pianificare e investire?
Trump ha rimesso il tema sul tavolo. Ora la parola spetta alla SEC, agli investitori e, forse, anche al Congresso. Di certo, l’idea di cambiare le regole delle trimestrali tocca un nervo scoperto a Wall Street, dove da sempre si incrociano due visioni opposte: quella degli analisti, che chiedono dati costanti per valutare le aziende, e quella dei manager, che preferirebbero meno pressioni e più tempo per far crescere i loro business.