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Attacco USA ai siti nucleari iraniani: mercati in allerta, prime reazioni e previsioni

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L’attacco degli Stati Uniti ai principali siti di arricchimento dell’uranio in Iran e le possibili reazioni di Tehran hanno messo in allarme i mercati globali, che si preparano all’onda d’urto. Mentre gli investitori si rifugiano nei beni rifugio, la paura principale è una possibile impennata dei prezzi del petrolio.

Mercati azionari

Partiamo dall’azionario. In Asia, l’impatto dell’attacco statunitense si è fatto sentire solamente all’inizio della sessione, come ha spiegato una nota David Pascucci, Analista dei Mercati per XTB.

“Possiamo dire tranquillamente che l’effetto è stato quello di un ribasso veloce con recupero quasi totale del ribasso all’interno della sessione cash asiatica. Il Nikkei infatti è sceso di circa un -1,2% per poi recuperare quasi integralmente tutto il movimento.  Stessa reazione quella in overnight dei futures americani che di fatto recuperano dai minimi segnati in sessione asiatica, una reazione che di fatto stupisce considerando la premessa iniziale del ribasso conseguente allo scoppio di una guerra su larga scala.

Al momento quindi rimane tutto tecnico sui mercati azionari, con volatilità sicuramente in aumento, mercati che si trovano pericolosamente in zona massimi con uno scenario macroeconomico che risulta di fatto relativamente compromesso rispetto a qualche mese fa. La view di fatto sembra piú ribassista che rialzista, in attesa di una conferma tecnica su base settimanale che possa di fatto far partire un movimento ribassista piú che fisiologico in questa fase”.

Avvio col segno meno per l’Europa: nelle prime battute Parigi (-0,52%), Francoforte (-0,46%) e Londra (-0,36%).  Anche Milano parte all’insegna dei ribassi: -0,8% nei primi minuti di contrattazione.

Volatilità attesa ma non duratura?

In un quadro ancora da definire dal punto delle possibili reazioni di Tehran, la storia suggerisce una reazione inizialmente negativa dei mercati azionari seguita tuttavia da rapidi recuperi. Così è successo durante l’invasione dell’Iraq nel 2003 o gli attacchi del 2019 agli impianti sauditi di Abqaiq: in quelle occasioni, l’indice S&P 500 aveva registrato perdite contenute nel breve, ma guadagni significativi nei mesi successivi.
Secondo i dati di Wedbush Securities, nei due mesi successivi a crisi simili, l’indice statunitense ha guadagnato in media il 2,3%, a fronte di un calo iniziale dello 0,3%.

Se il conflitto dovesse allargarsi, l’impatto potrebbe estendersi ben oltre i mercati energetici. Con un’inflazione che già limita il margine d’azione delle banche centrali, nuovi rincari delle materie prime potrebbero congelare qualsiasi ipotesi di taglio dei tassi da parte della Fed o della Bce.

“L’economia globale è già sotto pressione per effetto dei dazi imposti da Donald Trump. Un nuovo shock petrolifero sarebbe destabilizzante”, ha avvertito Mark Spindel, CIO di Potomac River Capital.

Il timore principale? Il prezzo del petrolio

I fari degli investitori sono puntati soprattutto sul petrolio. Nei giorni precedenti al raid, le tensioni avevano già spinto il Brent fino a 79 dollari al barile, con un rialzo del 18% dai minimi di inizio giugno. Ora gli investitori temono una nuova fiammata che, in un contesto di inflazione già fragile, potrebbe compromettere ulteriormente le prospettive di crescita globale.

È in particolare il passaggio strategico dello Stretto di Hormuz — da cui transita circa un terzo del greggio mondiale — a finire  sotto i riflettori come potenziale punto di escalation. Secondo Saul Kavonic, analista energetico presso MST Marquee, una ritorsione iraniana contro infrastrutture petrolifere statunitensi o saudite nel Golfo potrebbe far schizzare il prezzo del Brent oltre i 100 dollari al barile.

“C’è il rischio concreto che il mercato subisca interruzioni dell’offerta senza precedenti nelle prossime settimane, di natura molto più grave rispetto allo shock del prezzo del petrolio nel 2022, in seguito alla guerra in Ucraina”, ha spiegato l’esperto.

Questa mattina i futures sul petrolio erano in rialzo di oltre il 2% nelle prime ore dell’Asia. In crescita del 2% circa il greggio statunitense WTI 75,22 dollari al barile, mentre il benchmark globale Brent segna un rialzo di quasi il 2% a 78,53 dollari al barile.

Corsa ai beni rifugio, dollaro e Treasuries in bilico

L’attacco ha innescato un’immediata fuga verso gli asset considerati più sicuri: oro, franco svizzero e dollaro. Quest’ultimo, nonostante un 2025 finora debole, potrebbe – dicono alcuni analisti – potrebbe beneficiare a breve di una domanda da rifugio, mentre resta l’incognita su come reagiranno i titoli di Stato americani: la dinamica tra rischio geopolitico e timori inflazionistici rende difficile prevedere una direzione univoca.

“Ci sarà un movimento di fuga verso la sicurezza”, ha spiegato alla Reuters Steve Sosnick di Interactive Brokers. “È difficile pensare che i mercati azionari possano reggere l’urto nel breve.”