Petrolio: l’impatto della crisi Usa-Iran sui mercati

9 maggio 2018, di Daniele Chicca

La decisione drastica di Trump di uscire dall’accordo internazionale sul nucleare dell’Iran stretto nel 2015 (JCPOA), non dovrebbe portare sconvolgimenti drammatici in Medioriente, dal momento che gli equilibri geopolitici nella regione rimangono immutati, con le forze dello schieramento filo saudita, di cui fanno parte Usa e Israele, a sfidare quelle pro iraniane, che vedono per esempio la partecipazione della Russia.

Forse la più grande novità da aspettarsi potrebbe essere il disimpegno degli Stati Uniti dalla Siria. Trump potrebbe infatti avere deciso di tirarsi fuori dall’intesa siglata dal suo precedessore Barack Obama, per compiacere Arabia Saudita e Israele. In cambio l’America – come ha promesso Donald Trump in diverse occasioni – otterrà il permesso di lasciare il terreno minato della guerra civile per procura siriana.

Lo schiaffo di Trump a Ue, Russia e Iran potrebbe invece creare più di uno smottamento nel mercato del petrolio. Ecco le opinioni e previsioni di alcuni analisti in merito.

Stando alle stime di Fidelity International, “il consensus prevede un impatto sull’offerta nell’ordine dei 300.000-500.000 barili al giorno, corrispondente allo 0,3%-0,5% dell’offerta globale. È improbabile che vi siano effetti immediati sui flussi delle esportazioni”. I calcoli sono presto fatti: “dal ritiro delle sanzioni, la produzione iraniana è salita all’incirca di un milione di barili al giorno, con le esportazioni di greggio che ora si aggirano sui 2,2 milioni di barili al giorno” con i dati di aprile che sono notevolmente superiori (vedasi tabella più sotto con tutti gli scenari).

“Circa il 60% del volume di esportazioni è diretto in Asia, in particolare verso Cina, India, Corea del Sud e Giappone. Gli acquirenti europei ne comprano circa il 25% e potrebbero essere disposti ad interrompere gli acquisti per evitare le sanzioni statunitensi, anche se Regno Unito, Francia e Germania restano tra i firmatari dell’accordo. Rimangono quindi circa 500.000 barili al giorno che potrebbero essere riassorbiti in mercati non europei. L’Arabia Saudita, inoltre, ha dichiarato di essere disposta a mitigare l’effetto di questa riduzione dell’offerta dovuta alle nuove sanzioni“.

Questo dal punto di vista macro. Sotto il profilo delle condizioni e quindi quotazioni finanziarie, Ned Salter, Head of Research, Europe, di Fidelity International reputa che sia “molto utile guardare al prezzo spot. A seguito dell’annuncio di Trump, mercoledì 9 maggio il greggio Brent è salito di un dollaro, attestandosi così sui 77 dollari al barile; nelle ultime 4 settimane il prezzo del Brent ha registrato invece un aumento nell’ordine dei 10 dollari al barile dato che, in previsione dell’evento, la maggior parte degli operatori specializzati nel settore aveva già dato quasi per scontato il ritiro statunitense. Le sanzioni favoriranno in ultima analisi le quotazioni petrolifere“.

Oggi il prezzo del greggio sul future del Brent ha superato i 74 dollari al barile sui mercati finanziari. Il 6 aprile il prezzo era di $67,11 al barile: un aumento di oltre il 10% in un lasso temporale brevissimo. Secondo Christopher Gannatti, Head of Research di WisdomTree Europe, “è possibile che questo trend di aumento del prezzo del petrolio sia correlato alle tensioni tra Russia e Stati Uniti e alla possibilità di eventuali sanzioni”.

Inoltre, dice sempre il manager, “anche la decisione di Trump di uscire dall’accordo con l’Iran, siglato durante l’amministrazione Obama, potrebbe influenzare l’andamento dei prezzi. Considerando che i produttori statunitensi di shale sono avvantaggiati dall’aumento dei prezzi del petrolio, a nostro avviso non sarebbe prudente scommettere in misura eccessiva su nuovi movimenti al rialzo dei prezzi del greggio. Ciò detto, generare incertezza è nella natura stessa del rischio geopolitico. Non sappiamo dove il prossimo flusso di tweet porterà l’attenzione dei mercati”.

Impatto sul petrolio: i quattro scenari più probabili

Secondo Jon Andersson, Head of Commodities di Vontobel, la nomina di Mike Pompeo e di John Bolton faceva già capire che l’atteggiamento degli Usa nei confronti del regime iraniano sarebbe stato più aggressivo. Pompeo e Bolton hanno appoggiato Trump nella sua decisione di uscire dall’accordo, che gli consente così di mantenere le promesse fatte.

Fatta eccezione per Israele, è difficile che gli Usa riescano a convincere gli altri partner internazionali a partecipare alla reintroduzione delle sanzioni economiche e all’imposizione di altre misure punitive contro Teheran, dice Andersson. “Ciononostante, sembra che dopo un periodo di grazia di 180 giorni, Trump sia determinato a sanzionare quei paesi che continueranno a fare affari con l’Iran“.

A questo si aggiunge “l’escalation pericolosa del conflitto tra Israele e Iran” in Siria e altrove nella regione mediorientale. “A seconda di quello che farà l’Iran e se riavvierà il suo programma nucleare, un’escalation militare che prevede anche attacchi preventivi torna a essere una possibilità”. In ordine di probabilità, l’impatto sulla produzione di petrolio in Iran dovrebbe essere il seguente:

 

  1. In caso di sanzioni Usa la perdita stimata è di 0,3-0,8 milioni di barili al giorno;
  2. se anche l’Ue dovesse partecipare alle misure coercitive la produzione si ridurrebbe di 0,5-1 milioni di barili per giorno;
  3. se ci sarà un’escalation del conflitto militare l’impatto sarà superiore agli 800 mila barili al giorno;
  4. se invece verrà rinegoziato un accordo internazionale l’impatto sarà pari a zero.

Pare molto difficile però – ora come ora, dopo lo smacco Usa – riportare l’Iran al tavolo dei negoziati.

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