Mister Big Short attacca le criptovalute, anche senza capirle

16 maggio 2018, di Redazione Wall Street Italia

A cura di Matteo Oddi

Steven Eisman, il gestore famoso per le sue puntate contro il mercato immobiliare statunitense che hanno ispirato il film La grande scommessa (The Big Short), non nasconde il proprio scetticismo nei confronti delle criptovalute, anzi è convinto che non abbiano alcuno scopo.

“Non ne vedo lo scopo. Qual è il valore aggiunto delle criptovalute? Nessuno è stato in grado di rispondere a questa domanda per me”, ha detto Eisman, oggi portfolio manager per Neuberger Berman, in occasione della conferenza annuale dell’Istituto degli analisti finanziari abilitati.

L’uomo che predisse la crisi dei mutui subprime nel 2008 ora sembra accodarsi alle posizioni di altri veterani della finanza come Warren Buffett e Charlie Munger che nelle scorse settimane non hanno risparmiato parole al vetriolo nei confronti del bitcoin (“veleno per topi al quadrato”, secondo Buffett) e del trading di criptovalute in generale (“una forma di demenza”, secondo Munger).

Eppure nessuno di loro sembra seriamente intenzionato a shortare bitcoin o altre altcoin, neanche Eisman, che deve la sua fama proprio a questo tipo di operazioni finanziarie. “Non lo tocco [il bitcoin, nda]. Non so cosa sto guardando… non ho alcun interesse”, ha spiegato in un’intervista al Wall Street Journal.

Una posizione che ricorda in effetti proprio l’atteggiamento di Buffett nei confronti di titoli tech come Amazon e Google, che il presidente della Berkshire Hathaway ha evitato perché non ne capiva il business e adesso considera tra le grandi occasioni perse della sua carriera di investitore.

Che ci sia una specie digital divide in atto anche nei mercati finanziari?

“Certamente”, risponde Anatoliy Kniazev, co-fondatore di Exante, primo broker al mondo a lanciare un fondo in BTC, ed esperto di tecnologia blockchain. “Per quanto riguarda l’esperienza con i nostri fondi BTC e XAI (in altcoin) possiamo dire che la maggior parte degli early birds investors erano sotto i 40, mentre da fine 2017 anche gli investitori over 40 sono entrati massicciamente sulle crypto”, rivela Knyazev.

E Tom Lee, analista di Fundstrat, allarga il campo. Nel corso di una conferenza tenuta all’Upfront Summit 2018 a febbraio, Lee ha tracciate le differenze tra diverse generazioni in termini di investimenti preferiti: oro per la Generazione silente (i nati nel periodo 1930-1945), titoli azionari per i Baby boomer (1945-1964), fondi hedge per la Generazione X (1965-1984) e bitcoin/blockchain per i Millennials (1980-2000). Tutti questi asset, diversissimi tra di loro, hanno due punti in comune: la portata innovativa all’epoca del loro debutto sui mercati e l’essere incompresi dalla generazione precedente.

Lee spiega le predilezione dei millennials così: sfiducia nelle istituzioni finanziarie tradizionali, banche in primis, e l’abitudine a essere immersi nelle tecnologie digitali (social media, Uber, Airbnb).

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