Guerra all’Iran? Arabia Saudita la pagherà molto cara

22 novembre 2017, di Daniele Chicca

Da quando il Re bin Salman ha avviato un processo di epurazione per una transizione dell’Arabia Saudita dal vecchio modello familiarista alla modernità, tutti gli occhi sono puntati su Riad. Il cui primo obiettivo non è la lotta interna alla corruzione, bensì piuttosto la battaglia sempiterna con l’Iran e le forze sciite che ribollono nel calderone mediorientale.

Entrambe le forze in campo, quella sunnita saudita – che stando a cabli diplomatici top secret gode dell’appoggio dal nemico storico Isreale – e quella sciita iraniana che può contare sul braccio armato di Hezbollah in Libano, vorrebbero esercitare maggiore influenza nella regione e conquistare il potere assoluto. Questo ha alimentato i timori che scoppi un violento scontro frontale, anche se non tutti gli analisti sono convinti che una guerra a tutto campo sia nell’interesse delle parti coinvolte.

Molti dei paesi confinanti sono già impegnati in un braccio di ferro diplomatico con il Qatar, in una guerra sanguinolenta in Yemen e in Siria, nonché nel caos politico del Libano. Le guerre e i conflitti per procura per assumere il dominio della regione sono già numerosi, ma non si potrebbero paragonare a un eventuale scontro aperto tra Iran e Arabia Saudita.

I rapporti tra sauditi e iraniani si sono deteriorati negli ultimi tempi, in particolare a causa della crisi politica in Libano – il nuovo fronte della guerra per procura mediorientale – e della guerra civile in Yemen, dove i sauditi (e gli israeliani) stanno aiutando anche militarmente il governo a sedare la rivolta dei ribelli anti governativi Houthi, sciiti sostenuti dall’Iran.

Giorni fa a sorpresa il primo ministro libanese Saad al-Hariri ha rassegnato le dimissioni citando l’ingerenza dell’Iran nella politica domestica. Dopo essersi rifugiato in Arabia Saudita sembra che l’uomo politico sia pronto a fare il suo rientro nel paese dei Cedri. Teheran e Riad si sono scambiati accuse pesanti nel frattempo.

Hezbollah, braccio armato libanese sciita e filo iraniano, ha detto che così agendo i sauditi hanno di fatto dichiarato guerra alle forze sciite della regione. Da parte loro i sauditi avevano usato toni analoghi rivolgendosi alla Repubblica Islamica iraniana. Allo scoppio del conflitto manca solo una dichiarazione ufficiale di guerra di una delle due potenze mediorientali.

Una fonte interna al governo iraniano, che ha chiesto di rimanere nell’anonimato, ha dichiarato all’emittente americana CNBC che l’Iran è una “nazione pacifica”, ma che Teheran è pronta a un eventuale conflitto se questa è la sola opzione rimasta sul tavolo. “Amiamo la pace e non cerchiamo la guerra, ma a volte bisogna essere preparati al conflitto armato“.

Sauditi non hanno minima idea di come far fronte all’Iran

Gli iraniani sono assai più preparati in questo senso rispetto ai rivali sauditi. L’ambizione del principe saudita Mohammed bin Salman è grande, come si evince dalle misure coercitive senza pietà adottate sin qui per ripulire l’alta società: imprenditori e membri della famiglia reale sono stati arrestati, hanno subito sequestri di beni e un congelamento dei conti in banca.

L’operazione di purga di Salman c’entra anche con l’influenza esercitata dall’Iran nella regione, andando dall’Iraq al Libano. L’idea dietro alla sua guida con il pugno di ferro è comprensibile, il problema è che il regno del Golfo non è all’altezza di Teheran e non ha i mezzi per far fronte alla minaccia iraniana, paese con più esperienza e competenza strategica.

Riad non ha le capacità per tenere testa all’Iran in fatto di rete di contatti, esperienza militare, pazienza strategica e servizi di intelligence, tutti elementi necessari per cercare di vincere una guerra per procura. Dev’essere per quello la famiglia saudita ha stretto un patto del diavolo con Tel Aviv, Stato che invece è dotato di una grande expertise nei settori sopra citati.

Per i sauditi, osserva il giornalista Emile Hokayem sul New York Times, “cercare di battere gli iraniani a questo gioco è pericoloso e costoso“. L’Iran ha un altro punto di forza poi: “ha dimostrato di essere pronto ad aiutare amici e alleati con il buono e con il cattivo tempo. L’Arabia Saudita non ha avuto la stessa costanza. Basta chiedere ai ribelli siriani, ai leader tribali in Iraq e ai politici libanesi”.

Avere ragione quando si sostiene che l’Iran rappresenta una minaccia per la regione è una cosa. Ma agire per contrastare veramente Teheran “richiederebbe un ampio consenso internazionale e un approccio meno aggressivo da parte dei sauditi”, che in ogni caso avrebbero poche speranze di vittoria, per lo meno da soli.

Tentare di raggiungere obiettivi pressoché irraggiungibili all’estero, poi, rischia di compromettere il tentativo ambizioso ma comprensibile di riformare il paese al suo interno. Prima di lanciarsi in una guerra che ha poche speranze di essere vinta, forse bin Salman farebbe meglio a concentrasi per prima cosa sui problemi domestici.

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