Brexit, e se Londra alla fine non se ne va?

7 dicembre 2016, di Daniele Chicca

LONDRA (WSI) – Cinque mesi sono passati dal voto choc sulla Brexit ma il processo di uscita del Regno Unito dall’Ue sembra essere ancora in alto mare. Il premier Theresa May sostiene che farà scattare l’articolo 50 a marzo 2017 e che il suo governo ha tutti gli argomenti necessari a vincere l’appello alla Corte Suprema le cui prime udienze sono incominciate questa settimana.

In realtà le cose stanno diversamente e la sua fiducia è mal riposta, secondo quanto riferito a Wall Street Italia dall’avvocato inglese Julian Berger, dello studio legale Masotti & Berger di Milano. Il governo molto probabilmente perderà l’appello in tribunale e dovrà passare dal voto in Parlamento per ottenere il permesso per fare scattare l’articolo 50.

I referendum si svolgono molto raramente in tutto il Regno Unito e sono di difficile interpretazioni giuridica. Un voto popolare del genere necessita una legge fondamentale che stabilisca i termini per formulare il quesito. Nel caso della Brexit, l’atto sul referendum dell’Ue del 2015 (l’European Union Referendum Act 2015) è diventato la legge quando è stato approvato dal Parlamento.

La legge stabiliva quale sarebbe stato il quesito, ma non conteneva alcuna indicazione in merito a quale sarebbero state le conseguenze di un voto per abbandonare l’Ue. Quando il fronte del No si è aggiudicato a sorpresa lo scontro, con il 52% delle preferenze, Londra ha fatto un salto nel buio.

Come spiega il legale inglese, “al contrario dell’Italia, il Regno Unito non ha leggi costituzionali scritte che determinano che il risultato di un referendum è vincolante e che la decisione del popolo va implementata”. Nel caso del voto del 23 giugno, si tratta dunque di un referendum consultivo (House of Commons Briefing Paper numero 07212).

Proprio sulla natura del referendum si sono basate le argomentazioni legali portate avanti dalle parti in causa nel processo svolto all’Alta Corte in ottobre. Il meccanismo per fare scattare l’articolo 50 dei trattati di Lisbona del 2007 dice che “tutti gli Stati membri devono decidere di lasciare l’UE nel rispetto dei suoi requisiti costituzionali”. È qui che sorge il problema.

Molti politici e commentatori europei si sono lamentati della lentezza del processo di Brexit. Il problema principale sta nel fatto che Londra non ha una costituzione scritta vera e propria. Una parte è scritta nella forma di statuti e una parte si basa su principi fondamentali legali che sono riconosciuti sia dal Parlamento sia dai Tribunali.

Brexit: a che punto siamo

I giudici della Corte Suprema dovranno stabilire quali requisiti costituzionali vanno rispettati prima che Londra possa ricorrere all’articolo 50. In altre parole, dovranno risolvere la questione della sovranità del parlamento e in particolare i diritti supremi della Corona – con approvazione del Parlamento – di cambiare la legge come meglio crede.

Il governo May ritiene che la Corona, agendo con l’autorità esecutiva concessa dal primo ministro, ha i poteri prerogativi sugli altri organi istituzionali per fare o disfare i trattati, come stabilito dalla legge costituzionale britannica. Secondo il governo, insomma, May più fare scattare l’articolo 50 senza passare dall’approvazione legislativa del parlamento e cambiare così l’European Communities Act del 1972, grazie al quale Londra ha avuto accesso alla Commissione Europea (CEE).

Le argomentazioni giuridiche non hanno però convinto i tre giudici della Corte Suprema. Il Regno Unito è diventato uno degli Stati Membri dell’Ue come risultato di una legge approvata dal Parlamento e non per effetto di un decreto di governo. Secondo loro è necessaria dunque la formulazione di un nuovo Atto del Parlamento per poter cambiare la legge in questa materia.

È una questione di giurisprudenza e non di politica: per fare scattare l’articolo 50, il governo non può bypassare il Parlamento. La sentenza ha creato un polverone in Inghilterra. Mentre la stampa prendeva di mira i magistrati (“Nemici del popolo”, ha titolato il Daily Mail), criticati per voler sovvertire l’opinione del popolo, i ministri del governo May non hanno immediatamente preso le difese dei giudici e della loro indipendenza.

È paradossale, osserva Berger, che proprio “i promotori della Brexit, che hanno fatto una campagna perché il Regno Unito tornasse ad assumere il controllo da Bruxelles e si riappropriasse della sovranità sulle proprie leggi, si sono infuriati all’idea che siano soltanto i loro rappresentanti eletti democraticamente ad avere il diritto di cambiare le leggi, tramite un processo parlamentare”.

Il giudizio della Corte Suprema nell’udienza di appello dovrebbe arrivare a gennaio. Molti commentatori legali ritengono che la decisione dell’Alta Corte verrà confermata. Anziché perdere tempo nelle aule di tribunale, a questo punto, forse il governo farebbe meglio a mettersi al lavoro per redigere la legge necessaria per passare all’azione.

Il colmo è che la Corte Suprema potrebbe anche appellarsi alla corte di Giustizia Europea adducendo come motivazione il fatto che si tratta di questioni europee e non inglesi. Nessuno sa per esempio se una volta che viene resa notifica dell’articolo 50, i due anni di iter per uscire dall’Ue sono irrevocabili o meno. La questione potrebbe diventare di importanza vitale e un via libera della Corte Europea potrebbe essere critico in questo senso.

Altrimenti, ipotizza il legale, a settembre 2018 potremmo trovarci in una situazione del genere: “dopo che a marzo 2017 è stato fatto scattare l’articolo 50, con soli sei mesi prima che il processo di addio all’UE entri in vigore, lo stato d’animo del paese potrebbe essere cambiato. Le trattative tra Londra e Bruxelles saranno complicate e potrebbe diventare chiaro a una grande fetta del popolo che lasciare l’Ue per una destinazione sconosciuta” non è l’ideale.

Brexit: la posta in palio è grande

Il governo a quel punto potrebbe essere il primo a desiderare, o perfino essere costretto, a rimettere la questione nelle mani del popolo britannico e revocare la notifica dell’articolo 50. May e il suo team di ministri per la Brexit finora si sono rifiutati di condividere gli obiettivi della loro strategia, salvo poi farsi scappare qualche indicazione, come per esempio il fatto che Londra è disposta a pagare pur di rimanere nel mercato unico.

Il capo dei negoziati sulla Brexit per conto dell’Unione Europea, Michel Barnier, ha fissato una scadenza nelle trattative, precisando che si dovrà raggiungere un accordo con Londra entro ottobre 2018, diciotto mesi dopo che – sempre che incassi il placet del Parlamento – May ricorrerà all’articolo 50. La ratifica dovrà arrivare nel marzo 2019, secondo le autorità europee, ma Downing Street per il momento frena.

Secondo Berger questo atteggiamento temporeggiatore di May e soci ha portato, “dopo un breve periodo di luna di miele” con la stampa, molti analisti e commentatori inglesi a concludere che al governo “non c’è una visione” e che May non ha idee su cosa fare veramente. Con le cause in tribunale i ministri sono riusciti a guadagnare tempo prezioso: “ne avranno bisogno vista la complessità della questione che devono affrontare”.

Soltanto nel settore dei servizi finanziari la perdita dei diritti sui passaporti europei per fare affari in Ue porterebbe molti gruppi finanziari asiatici e statunitensi con sede europee a Londra a lasciare la capitale inglese. Se Londra perde il predominio nei meccanismi di compensazione finanziaria denominati in euro, la City potrebbe perdere 83.000 posti di lavoro.

Una soluzione commerciale semplice potrebbe essere quella di conservare i diritti di accesso al mercato unico pagando una commissione annuale all’Ue, come è stato peraltro suggerito. Anche perché difficilmente il paese potrebbe avere successo a lungo termine da solo, fuori dal mercato comune: ha bisogno dei partner commerciali europei che rappresentano l’area commerciale più grande al mondo.

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