Banche italiane con vizietto offshore: salvate dallo Stato, eludono il fisco

5 gennaio 2017, di Mariangela Tessa

NEW YORK (WSI) Da una parte eludono il fisco italiano, dall’altra ricevono finanziamenti pubblici per non andare in bancarotta. E’ il paradosso di alcune delle banche italiane, Mps prima di tutto. Ma anche Veneto Banca e Popolare di Vicenza.

Sull’argomento L’Espresso ha dedicato un reportage in cui emerge che “l’obbligo di trasparenza ha portato alla chiusura di alcune filiali offshore, ma il ricorso ai paradisi fiscali rimane fondamentale per i protagonisti della finanza nostrana”. “La tendenza- si legge nell’articolo –  a fatturare offshore non è una specificità tricolore. Lo fanno un po’ tutte le banche d’Europa” spiega l’articolo. Tuttavia “il ricorso ai paradisi fiscali rimane fondamentale per i protagonisti della finanza nostrana.

A questo proposito, Tommaso Faccio, esperto di fiscalità internazionale e docente di Economia aziendale alla Nottingham University Business School, in Inghilterra ha detto:

“Una situazione preoccupante soprattutto adesso che vengono usati soldi pubblici per aiutare le banche”. La paura “è che questi fondi possano essere spostati all’estero invece che tornare nelle casse dello Stato, tramite utili tassati in Italia, una volta che le banche si saranno rimesse in carreggiata”.

Partiamo da Mps.

“I bilanci dimostrano che fra il 2014 e il 2015 il gruppo ha chiuso due società in Irlanda e una in Olanda. Offshore, però, ne rimangono aperte ancora parecchie: due controllate in Lussemburgo, una in Irlanda e ben otto nel Delaware, rifugio tax-free a stelle e strisce. Risultato? Gli utili pre-tasse registrati in paradisi fiscali l’anno scorso sono stati 107 milioni di euro. Equivalenti a quasi un terzo del totale: il 27,9 per cento”.

Più limitato il ricorso ai paradisi da parte della Popolare di Vicenza.

“L’istituto per anni presieduto da Gianni Zonin, ora finito sotto il cappello del Fondo Atlante, a fine 2015 aveva una sola filiale all’estero, in Irlanda. È la Bpv Finance International Plc, cinque impiegati in tutto. Dopo aver macinato utili per anni, ha chiuso l’ultimo bilancio con un rosso di 99,8 milioni di euro. «Cesserà di esistere definitivamente all’inizio del 2017», assicurano da Vicenza.

A fatturare offshore sono però soprattutto le prime tre banche commerciali. Per un totale, nel solo 2015, di quasi 2 miliardi di euro. Si legge nell’articolo:

“Intesa Sanpaolo, il principale istituto del nostro Paese per capitalizzazione di Borsa, ha registrato in Paesi a fiscalità agevolata il 23 per cento degli utili pre-tasse del gruppo. Eppure in quei posti è impiegato solo lo 0,5 per cento dei dipendenti totali”.

“Ancora più evidente la sproporzione in casa Unicredit. Le controllate di Bermuda, Cayman e Jersey non hanno nemmeno un dipendente all’attivo”.

Infine, Mediolanum che è diventata già da anni, come raccontato più volte dall’Espresso, la regina italiana dell’offshore.

“Il gruppo controllato da Ennio Doris e Silvio Berlusconi non ha filiali a Panama o alle British Virgin Islands. La “banca costruita intorno a te”, come si presenta negli spot pubblicitari, punta tutto sugli evergreen europei: Irlanda e Lussemburgo, appunto. Da qui l’anno scorso è arrivato infatti il 52,5 per cento degli utili pre-tasse del gruppo. Vuol dire che oltre la metà dei guadagni di Mediolanum non è stato tassato in Italia”.

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