Trump, Fitch: rischi da dazi doganali Usa

29 Marzo 2017, di Alberto Battaglia

Quale sarebbe l’altra faccia della Border Adjustment Tax promessa da Donald Trump? Un duro impatto sui Paesi che, con l’assetto attuale, godono di massicci afflussi di investimenti diretti in entrata (Fdi) Made in Usa. Lo scopo di fondo della tassa al confine sui beni importati dall’estero e prodotti da aziende americane è dichiaratamente quello di “riportare a casa” i posti di lavoro delocalizzati all’estero.

I deflussi d’investimento potrebbero impattare anche la proprietà intellettuale i cui proventi, al momento, arricchiscono anche Paesi al di fuori dagli Usa. Inoltre, alcune società potrebbero rilocalizzare le sedi principali proprio negli Stati Uniti. A scriverlo è un rapporto dell’agenzia di rating Fitch, ripreso dal blog FT Alphaville del Financial Times.

I primi Paesi a sentire il peso di un provvedimento fiscale di questo tipo sarebbero quelli in cui il peso degli Fdi americani sul Pil è più grande: Lussemburgo, Irlanda, Olanda e Singapore (in tutti tale quota supera il 78% del Pil). Danni non trascurabili, poi potrebbero verificarsi in Svizzera, Canada, Regno Unito e Hong Kong: in questi Paesi gli Fdi americani sono pari a oltre il 20% del Pil, anche se, scrive Fitch, “ciò potrebbe riflettere attività economiche genuine”. L’agenzia di rating teme che alcuni “posti di lavoro ad alto reddito potrebbero andar perduti” in tali Paesi e che il “Pil registrato potrebbe crollare” con conseguenti aumenti del “rapporto del debito pubblico su Pil” e possibili impatti sui rating sul debito.

I Paesi potenzialmente danneggiati da Trump, scrive Fitch, non resterebbero alla finestra di fronte a un attacco fiscale in grado di far sfumare una fonte di reddito così rilevante. Piuttosto, la mossa di Trump rischia di innescare una corsa al ribasso (“race to the bottom”) sulle aliquote fiscali sui redditi delle società, una contromossa che cercherebbe così di convincere le società americane a restare dove sono.

Ancora una volta il rischio è che a farne le spese sia “la disuguaglianza su scala globale” che potrebbe “rifornire i populismi e il malcontento verso la globalizzazione”, scrive l’agenzia di rating.