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Negli ultimi mesi i mercati sono stati attraversati dal protrarsi delle tensioni geopolitiche, dai dazi Usa e dall’incertezza sul contenimento dell’inflazione. Inoltre nei primi giorni di settembre si sono aggravate le già notevoli criticità sui debiti pubblici di importanti Paesi, in particolare quello francese e britannico legate alle difficoltà del contenimento del deficit.
Ma non è un problema solo europeo. Il debito pubblico giapponese rasenta 2,5 volte il Pil mentre quello Usa risente delle problematiche legate alle voci di spesa, in particolare quella previdenziale e militare, e della prospettiva di un dollaro sempre meno percepito come riserva globale di valore.
Questi fattori hanno reso il contesto obbligazionario particolarmente complesso, mettendo in discussione antiche certezze strategico-gestionali come la sicurezza dei titoli di Stato dei grandi Paesi industrializzati (in realtà già fortemente messa in dubbio dopo la crisi del debito sovrano del 2011) e, addirittura, la tradizionale funzione di discernimento della duration rispetto alle varie emissioni.
Dopo decenni di proclami appare ormai una partita persa quella di riuscire a ridurre sensibilmente i debiti pubblici dei principali Paesi industrializzati
Conseguentemente all’innalzamento dei tassi e al rialzo degli spread, le cedole offrono oggi rendimenti nominali elevati, il che, per altro verso, consente agli investitori di approfittare di un momento non frequente per allocare efficientemente quella parte dei propri fondi non investiti nel mercato azionario.
Questi rendimenti obbligazionari non si vedevano da oltre un decennio e offrono un flusso cedolare significativo, in grado di contribuire alla performance del portafoglio anche in fasi di tassi di interesse stabili o in lieve rialzo.
Beninteso, è fondamentale tenere conto del «convitato di pietra» dell’inflazione onde pervenire a conseguire rendimenti reali costanti nel tempo.
Debiti pubblici in crescita senza freni
Dopo decenni di proclami appare ormai una partita persa quella di riuscire a ridurre sensibilmente i debiti pubblici. Quella da giocare sarà piuttosto la partita rispetto a cui si determini quale sia il “livello di galleggiamento” di indebitamente plausibile onde poter mantenere prospettive di rifinanziamento sostenibili: il 120%, il 140%, addirittura il 250% (come in Giappone) del Pil?
Siamo in un territorio inesplorato e, oltretutto, non così trasparente. Si prendano ad esempio gli Stati Uniti, il cui Pil è di 30mila miliardi di dollari e il cui debito pubblico ammonta a 40mila miliardi: saremmo al 130% ma in realtà ogni singolo Stato federale ha in più propri debiti interni importanti. E, inoltre, vanno valutati gli indebitamenti delle varie Agenzie federali e, più in generale, degli enti statali dei vari Paesi.
Verosimilmente bisognerà immaginare nuove proposte di collocamento dei titoli del debito pubblico, in modo da renderli più attraenti per i sottoscrittori di questo millennio pubblicamente indebitato come non mai.
Ad esempio i titoli di Stato potrebbero essere impiegati come strumento “sottostante” di stablecoins sempre più diffuse (oggi Tether detiene già 150 miliardi di debito pubblico Usa), oppure attraverso sottoscrizioni di titoli già tokenizzati in emissione oppure non nativamente tokenizzati e resi frazionari (anche a 1/100 di quello che sarebbe il lotto minimo di Borsa, così da renderli disponibili per tutte le tasche) attraverso una successiva tokenizzazione. Insomma le idee non mancano.
L’articolo integrale è stato pubblicato sul numero di ottobre 2025 del magazine Wall Street Italia. Clicca qui per abbonarti.