Fonte: istock
Dal primo luglio 2026 cambiano le regole per il TFR. Secondo quanto predisposto dall’ultima legge di bilancio, a partire dal prossimo primo luglio, per i lavoratori neoassunti nel settore privato, esclusi i domestici, scatterà infatti il meccanismo del silenzio-assenso. In altre parole, in assenza di una scelta esplicita, il Tfr maturato verrà automaticamente destinato a un fondo pensione.
Cosa cambia
Il principio è semplice: se il lavoratore non dice nulla entro 60 giorni dall’assunzione, la liquidazione finisce nel fondo previsto dal contratto collettivo applicato. Se in azienda esistono più forme pensionistiche, il conferimento avverrà verso quella con il maggior numero di iscritti, salvo diverso accordo aziendale. Insieme al Tfr confluiranno anche i contributi del datore di lavoro e del dipendente, quando previsti dagli accordi.
La finestra di uscita dall’automatismo è limitata. Entro 60 giorni è possibile rinunciare e scegliere di lasciare il Tfr in azienda o di destinarlo a un’altra forma di previdenza. Superato questo termine, però, la scelta diventa irreversibile: chi è entrato in un fondo, anche per silenzio-assenso, non potrà più riportare il Tfr in azienda, mentre chi ha lasciato il Tfr in azienda potrà sempre aderire in seguito alla previdenza complementare.
Chi è interessato
L’obbligo di scelta riguarda anche chi non è alla prima assunzione. Dal primo luglio, le aziende dovranno verificare quale decisione il lavoratore abbia già preso in passato e farsi rilasciare una dichiarazione. In mancanza, scatterà di nuovo l’adesione automatica. Per questo la riforma impone alle imprese nuovi obblighi informativi: al momento dell’assunzione dovranno consegnare una scheda sui fondi previsti dagli accordi collettivi e sulle regole di conferimento del Tfr.
Le ragioni del cambiamento
L’intervento nasce da un dato di fatto: la previdenza complementare continua a restare una scelta minoritaria. Nel 2024 solo il 38,3% dei lavoratori risultava iscritto a un fondo, mentre oltre 230 miliardi di euro di Tfr sono rimasti nelle casse delle imprese dal 2007 a oggi. Il legislatore punta, dunque, a superare l’inerzia che porta molti dipendenti a non scegliere nulla e a lasciare la liquidazione in azienda senza una reale valutazione. Con l’automatismo, il Tfr finirà nei fondi salvo decisione contraria.
Il cambio di rotta ha una logica previdenziale e una finanziaria. I giovani, con carriere discontinue e salari bassi, rischiano pensioni pubbliche ridotte. Convogliare il Tfr nei fondi serve a costruire una rendita integrativa e, allo stesso tempo, a spostare una parte del peso della sostenibilità previdenziale dal bilancio pubblico al risparmio privato gestito dai fondi.
Incentivi fiscali
Per rendere più conveniente l’adesione ai fondi, la manovra interviene anche sul fisco. Il limite di deducibilità dei contributi alla previdenza complementare viene innalzato a 5.300 euro annui e le somme non utilizzate nei primi cinque anni potranno essere recuperate negli anni successivi, ampliando di fatto lo spazio fiscale a disposizione dei lavoratori. Per esempio, un neoassunto che nei primi anni di lavoro versi solo 2.000 euro l’anno potrà recuperare la parte di deducibilità non sfruttata e utilizzarla in futuro, quando il reddito crescerà, senza perdere il beneficio fiscale.
Resta inoltre il vantaggio sul prelievo finale. Le prestazioni dei fondi pensione continuano a beneficiare di una tassazione agevolata che si riduce con il passare del tempo, dal 15% fino a un minimo del 9% per chi resta iscritto più a lungo. Al contrario, il Tfr lasciato in azienda viene tassato secondo l’aliquota Irpef media degli ultimi cinque anni, che in molti casi risulta significativamente più elevata.
Come riscattare l’ammontare versato
Non meno importanti sono le novità sulle modalità di uscita dai fondi pensione. Sempre a partire da luglio, aumenta la quota di risparmio che potrà essere incassata subito al momento del pensionamento: il tetto del capitale liquidabile passa dal 50 al 60% del montante accumulato. Il resto dovrà continuare a essere trasformato in una rendita.
Viene poi ampliata la possibilità di ottenere tutto il capitale in unica soluzione. Se la rendita vitalizia che si ricaverebbe utilizzando almeno il 70% del montante risulta inferiore alla metà dell’assegno sociale, il lavoratore potrà farsi liquidare l’intera posizione senza vincoli.
Accanto alla rendita vitalizia tradizionale arrivano anche formule più flessibili: rendite a tempo determinato, prelievi periodici liberamente programmabili ed erogazioni frazionate del capitale, pensate per adattare i flussi di reddito alle esigenze del pensionato. In caso di morte, inoltre, il capitale residuo non viene più trattenuto dal fondo ma viene trasferito agli eredi.