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Tesoretto versato in busta paga

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ROMA (WSI) – «Mi ci gioco la faccia, mercoledì taglio le tasse di dieci miliardi, e andranno tutti alle famiglie. Stiamo lavorando ad un piano articolato che prevede più cose, ma sono soldi che entreranno nelle busta paga degli italiani».

A tarda sera Matteo Renzi è a Palazzo Chigi dove ha passato l’intera giornata con Graziano Delrio. Nelle stanze del governo si è sparsa la voce che le parole del ministro dell’Economia Pier Carlo Padoan da Bruxelles sulla necessità di entrate certe per finanziare i tagli alle imposte sono un ostacolo al piano di Renzi, e che per questo tutto slitterebbe una settimana.

Ma Renzi è categorico: «Nessun rinvio: si parte dalle famiglie. So che le imprese ci rimarranno male, ma ho detto al capo degli industriali Squinzi che il modo migliore per aiutare le imprese in questo momento è snellire la burocrazia e cambiare il rapporto con il Fisco». Il dado è tratto: nonostante l’opinione diversa della squadra del Tesoro, Renzi partirà dai tagli all’Irpef, non dall’Irap. Di più: ha deciso di concentrare il bonus sui lavoratori dipendenti. L’ultimo attacco di Susanna Camusso lo lascia stupito: «Credo sia la prima volta nella storia che si minaccia uno sciopero contro un governo che vuole tagliare le tasse». Renzi non riesce a togliersi dalla testa l’idea che nell’attacco della leader della Cgil ci sia un preciso obiettivo politico.

Sul quanto e il come del taglio che il governo promette per domani c’è ancora un margine di incertezza: ieri sera il vice al Tesoro Enrico Morando ha fatto le ore piccole per costruire la soluzione migliore. Le simulazioni dicono che se il bonus si concentrerà sui redditi fino a 15mila euro, si potrebbe arrivare a 200 euro al mese per famiglia. Basta alzare la soglia a 20mila e in busta paga andrà la metà. In ogni caso tagliare dieci miliardi di tasse non è una passeggiata. A Berlusconi non è mai riuscito, l’unico che ci si avvicinò, in condizioni diverse, fu Prodi nel 2007. Allora il taglio del costo del lavoro – circa sette miliardi – andò quasi tutto alle imprese, ma non c’erano né il pareggio di bilancio né il Fiscal compact. Il problema che fra oggi e domani Renzi deve risolvere è sempre lo stesso: come garantire che un taglio così impegnativo delle tasse non stravolga gli obiettivi di deficit che il governo italiano ha preso con l’Europa.

Fino a ieri, nelle telefonate fra coloro i quali si occupano del dossier, alla voce coperture non c’erano più di cinque, massimo sei miliardi di euro: ciò che il commissario alla spesa Carlo Cottarelli considera plausibile tagliare entro la fine di quest’anno. Per coprire il resto Padoan ha pensato a soluzioni che in altri tempi si sarebbero definite creative: le entrate derivanti dal rientro volontario dei capitali o i fondi europei rimasti inutilizzati. A Bruxelles quest’ultima ipotesi ha sorpreso molti. Fino al punto do costringere ieri sera Delrio ad un comunicato ufficiale per smentire che sia nei piani: «Le osservazioni della Commissione ci incoraggiano a proseguire il lavoro impostato andando certamente a migliorarne alcune parti. In particolare, maggiore elaborazione sarà dedicata agli strumenti per il rafforzamento della capacità amministrativa e valuteremo con attenzione, fra le altre, le indicazioni in merito all’adozione di un approccio più deciso nella gestione delle risorse idriche e dei rifiuti nel Mezzogiorno. L’Italia non ha mai chiesto e non chiederà di utilizzare Fondi strutturali per problemi di finanza pubblica o per il cuneo fiscale».

Ecco perché sull’asse Palazzo Chigi-Tesoro si è passati al piano B. Garantire entrate certe può voler dire solo due cose: o aumentare le tasse o trovare altre voci da tagliare. Il piano Cottarelli prevede per quest’anno una sforbiciata agli acquisti dello Stato (2,5 miliardi), ai contributi alle imprese (1,5-2 miliardi) e ai fondi per la formazione professionale. Ieri sera circolava una nuova ipotesi molto popolare: il taglio al programma per gli F-35 che oggi, nonostante una prima revisione, vale ancora 14,3 miliardi in 15 anni. E se non bastasse neanche questo, la soluzione definitiva è l’aumento dell’aliquota unica sulle transazioni finanziarie, che potrebbe salire fino al 23%. È del resto quel invoca l’Europa: abbassare la tasse sul lavoro dipendente – troppo alte – e alzarle su patrimoni e rendite, più basse della media dell’area euro.

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