Supply Chain, alla ricerca della resilienza nel post-Covid

30 Novembre 2021, di Luca Losito

Mentre le catene di approvvigionamento messe a dura prova dai blocchi causati dalla pandemia globale cercano nuove vie e soluzioni, l’inflazione in continua risalita comincia a destare qualche preoccupazione. La parola chiave per le supply chain è una sola: resilienza. Un valore che andrà guadagnato sul campo, individuando le migliori strategie per ottimizzare i processi produttivi nel “new normal” che stiamo già vivendo.

L’impatto del Covid-19

L’impatto di Covid-19 sulle catene di approvvigionamento è stato poderoso. Come rivela il report dal titolo “Indagine sul futuro delle supply chain” di Euler Hermes, il 94% delle aziende a livello globale hanno segnalato una perturbazione nelle loro catene di fornitura indotta dal Covid-19. Il campione analizzato è estremamente interessante, in quanto il rapporto è stato sviluppato sulle risposte dei manager di 1181 aziende distribuite tra Italia, Germania, Francia, Regno Unito e USA, attive in sei settori (IT, telecomunicazioni, meccanica, chimica, energia e utility, automotive e agroalimentare).

Le supply chain bloccate

Oggi la situazione non è migliorata del tutto. Anzi. Le difficoltà nella supply chain globale, come per esempio la crisi dei chip ma non solo, potrebbero protrarsi ancora per uno o due anni, se non di più, e portare i mercati in una situazione di stagflazione.
La stagflazione è una condizione del mercato in cui i prezzi aumentano (inflazione), ma l’economia non cresce realmente (stagnazione). Facendo fatica a trovare componenti e a fabbricare i propri prodotti, le aziende saranno (in effetti sono: il fenomeno è già iniziato) costrette a incrementare i prezzi, ma non perché c’è troppa domanda – o almeno non solo: il problema sono le chiusure forzate delle fabbriche per colpa del coronavirus, la carenza di energia, i porti congestionati, la scarsità di container, i costi di trasporto in impennata e la mancanza di lavoratori, che stanno imparando a puntare i piedi per ottenere salari più dignitosi.

Il segnale dalla Cina

Un segnale d’allarme macroeconomico da non sottovalutare è probabilmente la caduta di produzione, ordini e occupazione nell’industria cinese registrata a settembre. La crisi di produzione generale è anche legata, come detto, alla difficoltà di trasporto nelle catene di rifornimento globali. L’indice di spedizione Drewry, che misura i costi dei container, è aumentato del 291% rispetto a un anno fa. Su rotte particolarmente trafficate, come quelle fra i porti cinesi e Rotterdam, il porto più grande d’Europa, il costo del trasporto è aumentato di sei volte nell’ultimo anno.

Il problema risorse umane

A questo si aggiunge la difficoltà di reperire autisti per guidare i camion che trasportano la merce dai porti alle destinazioni finali. Non si tratta di una condizione che riguarda solo il Regno Unito: anche in altre parti d’Europa alcune vertenze sulle condizioni di lavoro e le restanti restrizioni anti-Covid hanno causato ritardi nei trasporti.
Secondo alcuni esperti, queste difficoltà nelle supply chain mondializzate porteranno ad alcune modifiche nei paradigmi organizzativi che, per farla breve, si concretizzeranno in una riduzione delle distanze nelle catene di approvvigionamento, anche se questo dovesse comportare costi maggiori in cambio però di maggiore sicurezza. Infatti, come evidenzia il report di Euler Hermes, nella riorganizzazione della catena di fornitura, 4 aziende su 10 indicano di aver già cambiato alcuni fornitori esteri e parti mobili della loro produzione. Un trend che potrebbe però rafforzare anche la tendenza al rialzo dei prezzi.

La globalizzazione non tramonta

Certo, questo non vuol dire che ci troviamo agli albori della fine della globalizzazione. Secondo l’indagine, meno del 15% delle aziende sta valutando la revisioni dei propri processi. Ma aggregando le risposte, troviamo che circa il 30% delle aziende preferisce il nearshoring, cioè portare la produzione in un Paese vicino (in particolare se fa parte della stessa unione doganale o dell’accordo di libero scambio). Le aziende sono divise sulle ragioni di questa scelta, dalla ricerca di fornitori di migliore qualità, all’aumento del fatturato e dei margini, alla riduzione dei ritardi e alla migliore gestione delle scorte.

L’adattamento delle aziende

Insomma, le aziende vanno alla ricerca della tanto agognata resilienza e si adattano rapidamente al nuovo contesto post-Covid. Per evitare il rischio di ritrovarci in uno scenario macro di stagflazione globale, toccherà ai governi essere altrettanto proattivi nell’implementare quelle politiche utili a facilitare i processi produttivi internazionali. E come sempre, in tal senso, adottare una view di lungo periodo orientata a generare benefici costanti nel tempo sarebbe la migliore soluzione. Serviranno sacrifici, impegno e attitudine al cambiamento da parte di tutti. Ma d’altronde le sfide più prestigiose si vincono insieme.

L’articolo integrale è stato pubblicato sul numero di novembre del magazine Wall Street Italia.