Brexit: storia dal referendum ai giorni nostri

6 Settembre 2019, di Alessandra Caparello

Un vero e proprio caos è quello che si sta consumando attorno alla Brexit, ossia l’uscita del Regno Unito dall’Unione europea. Ma cosa significa Brexit? Cosa è successo nel corso degli anni e quando Londra dirà addio all’Ue? Ecco un riepilogo.

Referendum Brexit: 23 giugno 2016

Il 23 giugno del 2016 il Regno Unito ha chiamato i suoi elettori alle urne per votare un referendum sulla permanenza del paese nell’Unione europea. Il 51,89% degli elettori ha votato per il Leave, l’uscita contro il 48,11 a favore invece del Remain, la permanenza, con un’affluenza alle urne del 71,8% dell’elettorato (oltre 30 milioni di persone). Il Paese è risultato molto diviso. A favore del Remain sono stati la Scozia (62%), Londra (59,9%), l’Irlanda del Nord (55,8%) ed il territorio d’Oltremare di Gibilterra (95,9%). Il voto è apparso anche molto diviso demograficamente, con i giovani tra i 18-24 e i 25-34 anni che hanno votato rispettivamente per il 73% ed il 62% per rimanere in Europa.

Le dimissioni di David Cameron e l’arrivo di Theresa May

Da lì è scaturito un vero e proprio terremoto politico che ha portato l’allora premier David Cameron schieratosi per il Remain, a rassegnare le sue dimissioni. A succedergli l’ex ministra degli Interni Theresa May che il 13 luglio del 2016 riceve l’incarico di trovare un accordo con l’Ue. A marzo del 2017 il Parlamento inglese attiva l’articolo 50 del Trattato di Lisbona, la procedura per lasciare volontariamente l’Ue. La norma prevede che ogni Stato membro può lasciare la Ue, informando il Consiglio europeo e negoziando un accordo sul ritiro, stabilendo le basi giuridiche per il futuro rapporto con l’Unione europea. L’accordo deve essere approvato da una maggioranza qualificata di Stati membri dopo aver avuto il consenso del Parlamento europeo. La trattativa per la Brexit inizia ufficialmente il 29 marzo del 2017 e i negoziatori danno due anni di tempo, fino al 29 marzo del 2019 per trovare un accordo.

Da qui iniziano i problemi per la premier inglese Theresa May. A luglio del 2018 riunisce i suoi ministri nella residenza estiva di Chequers e espone la sua idea sulla Brexit provocando le furie dei membri più euroscettici del suo governo. Da lì il ministro degli esteri Boris Johnson rassegna la sue dimissioni e a seguirlo il ministro per la Brexit Dvid Davis, sostituito poi da Dominic Raab. La spaccatura tra i Tory è evidente e irrimediabile.

L’accordo di recesso e la clausola di backstop

Si arriva al 13 novembre del 2018 con la Gran Bretagna e la Commissione europea che siglano l’accordo di recesso. Ora Theresa May dovrà farlo approvare al suo Parlamento. La parte più discussa dell’accordo e su cui si accusa la premier inglese di lassismo, è quella che riguarda il confine tra Irlanda e Irlanda del Nord e la clausola di backstop. Si tratta della previsione della creazione di un’area doganale comune (single custom territory) che comprenderà il territorio dell’UE e quello del Regno Unito (compreso quindi l’Irlanda del Nord) nella quale all’Irlanda del Nord verrà applicato il codice doganale comunitario e quindi rimarrà sostanzialmente nel mercato unico dell’UE, mentre il Regno Unito rimarrà allineato ad un numero più limitato di disposizioni relative al mercato unico. L’accordo prevede che le merci in transito tra Irlanda e Irlanda del Nord non saranno soggette a controlli alle frontiere ma all’arrivo a destinazione (fatti salvi i controlli per animali e tutto ciò che pone questioni veterinarie, per ragioni di salute pubblica). Per le merci dirette nell’Irlanda del Nord provenienti da altri territori del Regno Unito saranno necessari controlli sul rispetto degli standard dell’UE volti a proteggere i consumatori, gli operatori economici e le imprese del mercato unico.

Boris Johnson: dalla prorogation alle elezioni anticipate

Dopo tre bocciature da parte di Westminster all’accordo di divorzio e tre proroghe  per la data di uscita (l’ultima al 31 ottobre 2019), Theresa May il 24 maggio del 2019 annuncia in lacrime le sue dimissioni dalla leadership dei Tory il seguente 7 giugno. A succederle l’ex sindaco di Londra Boris Johnson che per forzare un divorzio nello scenario no-deal, ossia senza accordo, quello peggiore secondo gli analisti e le istituzioni, ha deciso di attivare la cosiddetta prorogation, ossia la sospensione dell’attività parlamentare per cinque settimane dal 9 settembre al 14 ottobre. La prorogation è stata concessa dalla regina Elisabetta.

Contro questa possibilità l’opposizione laburista e alcuni conservatori hanno fatto ricorso allo  Standing Order n. 24, lo strumento giuridico previsto dalla Camera dei comuni inglese che permette al Presidente dell’assemblea di mettere all’ordine del giorno un dibattito urgente, nel caso di specie la proposta di legge Benn, dal deputato laburista che l’ha proposta, Hillary Benn, volta ad oblbigare il governo a chiedere all’Ue un’ulteriore proroga della Brexit fino al 31 gennaio 2020 nel caso in cui entro il 31 ottobre 2019 non venga trovato un accordo definitivo. Ribattezzata legge anti no-deal, il governo di Johnson è stato battutto e la Camera dei Comuni ha votato a favore della legge. Il premier però ha presentato una contromisura, ossia presentare una mozione per sciogliere immediatamente il Parlamento e andare alle elezioni anticipate il 15 ottobre. Anche stavolta il premier è stato battuto e la legge Benn è passata all’esame della Camera dei Lord.