Stephen Roach lancia allarme: “l’era del dollaro forte ha le ore contate”

17 Giugno 2020, di Mariangela Tessa

L’era del dollaro forte ha le ore contate. Parola di  Stephen Roach, economista americano, professore all’Università di Yale, ex Morgan Stanley, che, in un’intervista alla CNBC, ha detto di attendersi, entro un anno o al massimo due anni, un calo del 35% del biglietto verde rispetto alle altre principali valute:

“L’economia degli Stati Uniti è afflitta da alcuni significativi squilibri macro da ormai lungo tempo, vale a dire un tasso di risparmio interno molto basso e un deficit cronico delle partite correnti cronico” ha spiegato Roach.

L’indice valutario del dollaro USA è aumentato di oltre l’uno percento nelle ultime due settimane ed è relativamente piatto da inizio anno. Ma Roach crede che non sia il momento di essere compiacenti. Il tasso di risparmio nazionale – dice l’economista – probabilmente scenderà più di quanto non abbia già fatto. Al momento si attesta all’1,4% del reddito nazionale – il livello più basso dal 2011 e un quinto della media del 7% dal 1960 al 2005 – gli Stati Uniti.

A dipingere un quadro nero per i risparmi Usa, lo scorso febbraio, prima cioè dell’emergenza coronavirus, i numeri della Federal Reserve Bank di New York, indicavano in 14,5 mila miliardi di dollari il debito delle famiglie USA e sottolineavano che oltre 7 milioni di americani avevano raggiunto un grave status di insolvenza sui loro prestiti auto (almeno 90 giorni di ritardo sui pagamenti). Si trattava di un balzo di 1,5 milioni di insolvenze rispetto al trimestre precedente.

Nei prossimi mesi è dunque lecito attendersi un peggioramento della situazione.

Nel frattempo, il rapporto debito/Pil del 107% al quarto trimestre 2019, con un prodotto interno lordo di 21,7 trilioni di dollari e un debito pubblico di circa 23,2 trilioni. Il deficit/Pil, invece, sfiora il 4,5%, con un disavanzo annuale che ha raggiunto 984 miliardi nel 2019.

Come succederebbe in caso di crash del dollaro USA?

Secondo Roach, si assisterà ad un aumento dell’inflazione mentre le importazione di beni dall’estero saranno molto più costose. Tutto questo avrà implicazioni negative per le attività finanziarie statunitensi.

Secondo l’economista si potrebbe creare una situazione simile alla stagflazione di fine anni’70, quando i prezzi dei beni aumentarono bruscamente e la crescita economica rallentò decisamente.