SPAC: i rischi per chi investe nelle quotazioni in Borsa “facilitate”

31 Marzo 2021, di Alberto Battaglia

Il 2020 è stato l’anno del boom per le SPAC statunitensi. Stiamo parlando di società quotate la cui esistenza si concentra in 24 mesi durante i quali l’obiettivo è uno solo: fondersi con una società-target e fare in modo che quest’ultima raggiunga in modo più semplice l’obiettivo di quotarsi in Borsa. Rispetto a una Ipo tradizionale, infatti oneri e controlli sono molto ridotti.

Se la SPAC ha successo nell’obiettivo, la società risultante assume, di solito, il nome della compagnia con la quale si è fusa. L’acronimo SPAC sta per Special Purpose Acquisition Company e, pur essendo società quotate, non presentano bilanci né informazioni finanziarie. A promuovere la SPAC è uno “sponsor” solitamente incarnato da un fondo di venture capital. Si tratta di società la cui unica funzione è quella di essere una “scatola piena di denaro” utile a completare un piano di acquisizione. Se il tempo di 24 mesi (in alcuni casi fino a 36) scade senza successo, la SPAC viene liquidata e gli azionisti rimborsati con gli interessi.

L’attenzione nei confronti delle SPAC è cresciuta a dismisura nell’ultimo anno grazie alle 220 operazioni di quotazione portate a compimento l’anno scorso negli Usa. Ci aspetta che il successo possa estendersi presto anche in Europa. Per quanto riguarda Borsa Italiana le SPAC, dal 2011, hanno raccolto 3,7 miliardi e investito nella quotazione di 12 aziende.

Dietro fenomeno SPAC, però, potrebbero celarsi rischi non indifferenti per gli azionisti di queste società.

“Sebbene le SPAC raccolgano 10 dollari per azione dagli investitori nelle loro IPO, nel momento in cui la SPAC mediana si fonde con un obiettivo, detiene solo 6,67 dollari di liquidità per ogni azione in circolazione”, ha scritto Michael Klausner (Stanford Law School) in un paper pubblicato con altri autori sullo Yale Journal on Regulation. “Per la grande maggioranza delle SPAC, i prezzi delle azioni post-fusione diminuiscono”, in media più di un terzo entro un anno dalla fusione e “questi cali di prezzo sono altamente correlati con l’entità della diluizione, o deficit di cassa, in una SPAC”. Per gli investitori che entrano a fusione già avvenuta, dunque, le cattive soprese sono dietro l’angolo. E anche per gli altri monetizzare con tempismo è cruciale.

“Ciò implica che gli investitori della SPAC sostengono il costo della diluizione incorporata nella struttura della SPAC”, concludono gli autori, “sovvenzionando di fatto le società che contribuiscono a far quotare in Borsa. Ci chiediamo se questa sia una situazione sostenibile”.

 

Secondo, Dave Sekera, Chief U.S. market strategist di Morningstar, “alla luce della due diligence richiesta e delle difficoltà di valutazione del target, l’investimento in Spac dovrebbe essere limitato agli investitori che hanno le competenze e il tempo necessari per analizzare adeguatamente tutti i possibili rischi. Anche quelli diversi rispetto a un investimento in azioni tradizionali”.