Solo un’impresa su tre sopravvive alla seconda generazione: i consigli per evitarlo

3 Dicembre 2019, di Alessandra Caparello

Solo il 31% delle imprese sopravvive alla seconda generazione, poco meno di una su sette arriva alla terza e chi scompare lo fa entro cinque anni dalla transizione.
Così il direttore generale di Confartigianato Varese Artser Mauro Colombo nel corso dell’incontro tenutosi il mese scorso nella sede di Gallarate, dal titolo “Governance e continuità generazionale nelle imprese familiari” promosso da Confartigianato Varese Artser, The European House Ambrosetti e Banca Mediolanum.

La continuità generazionale, ovvero il passaggio di testimone in azienda, è un momento delicatissimo nella vita di un’impresa e il fatto che molte sono destinate a scomparire rappresenta un buco nero che produce perdita di posti di lavoro, dispersione di conoscenze ed esperienze, fine del legame con il territorio e indebolimento strutturale del made in Italy di tradizione.

Se da una parte non è certamente facile mettere a confronto due generazione diverse, dall’altra dal convegno è emersa la necessità di conciliare la voglia di innovare i prodotti, sviluppare nuovi mercati, sfruttare le tecnologie e creare nuove alleanze dei giovani con la tradizione e la solidità di chi è in azienda da tempo.

Mettere d’accordo due generazioni: alcuni consigli pratici

Ma come farlo? Secondo Colombo occorre partire con largo anticipo e seguire una strada sicura nel passaggio generazionale optando per donazione di azienda, conferimento, donazione di partecipazioni societarie, patto di famiglia, trust, testamento o statuti societari, in base all’esigenza.

Dove si può sbagliare? Tanto per cominciare, afferma il partner di The European House Ambrosetti, Luca Petoletti, non distinguendo a dovere le dinamiche familiari e aziendali o il ruolo della proprietà da quello dei gestori. Si può inoltre incorrere nel mancato rispetto dei ruoli operativi e lavorativi o possono mancare i criteri per la gestione di familiari e/o coniugi in azienda.

C’è poi chi si arena per la scarsità di informazioni o comunicazioni, per la mancanza di rispetto di alcune regole di comportamento, per la difficile organizzazione dei compensi e dei benefit e per la tendenza a procrastinare temi importanti pur di non scardinare i fragili equilibri familiari.

Infine è emerso dall’incontro, come una buona sicurezza a a garantire la continuità generazionale, è mettere nero su bianco il patto di governance e generazione, ovvero a quel “sistema di regole, criteri e meccanismi condivisi e sottoscritti attraverso il quale i membri della famiglia convengono di autovincolare i propri comportanti nei rapporti con l’impresa, a salvaguardia di valori e interessi comuni e superiori”.

Detto in altri termini: la sola parola, non basta. La stretta di mano, l’abbraccio, il vincolo di parentela sono una parte, ma non il tutto. Il passaggio generazionale è altro.
E un esperto, lo si è capito nel corso del seminario, può aiutare nel guidare attraverso la difficile strada di distinguere la famiglia dall’azienda. Il business dagli affetti.